giovedì 10 aprile 2008

come back to the hell

L'Elfo è tornato! Si è svesizzato ancora di più di quanto già non fosse, con le sue chiome lisce e bionde, e le sue palle sempre più cubiche, ha appuntito gli spigoli. Ci racconta, nella x lei ormai strana luce del sud Europa e nell'umido totale, le meraviglie che rendono la Svezia un paese davvero civilizzato. Non sono solo i mezzi di trasporto in orario e anche di notte, l'assenza di barriere architettoniche, lo spazio e il paesaggio o gli asili in qualsiasi posto vai, gli aiuti veri dati alle famiglie (passeggio-carrozzina-seggiolone e rifornimenti di pannolini x quanto servono), che ormai sono strarinomati; Ci conferma l'esistenza di esseri umani maschili che si occupano dei figli mostrandoci foto di tali esemplari al parco. Il popolo svedese pare essere molto salutista, e infatti la domanda non è:
"Fai uno sport?"
ma
"Quanti sport fai?"
Hanno l'abitudine di non mettere le tende alle finestre e su questa usanza ci sono varie ipotesi:
a. Dato l'uso spropositato di candele e l'alta infiammabilità della stoffa i due fenomeni sarebbero contemporaneamente esplosivi
b. Possono sbirciare indisturbati nelle case e magari anche beccare qualcuno che si spoglia... se i vicini sono dei vichinghi biondi, è il caso di dirlo, il gioco vale la candela!
Al supermercato hanno anche cestini colmi di banane per i bambini: i piccoli che accompagnano mamma e babbo possono così fare merenda e ciò offre il duplice vantaggio che non chiacchierino-strillino a bestia. Da noi se le fotterebbero i grandi di sicuro. Entrando dentro la coop svedese c'è una specie di pre-entrata dove lasciare bottiglie per le quali vengono rilasciati 50 cent. a pezzo, che possono essere anche devoluti a beneficio delle organizzazioni ecologiste.
Non è finita: esistono centrali ecologiche dove le famiglie si recano con le macchine cariche di rifiuti il fine settimana, rigorosamente con i figli; hanno dvisioni molto rigide, se sgarri c'è l'addetto che ti cazzia, ma è lo stesso a cui puoi chiedere se non sai dove buttare il legno laccato, eh si perchè il legno va mica tutto insieme, c'è il contenitore per quello al naturale, per quello impregnato... e così via per tutto.
Quasi quasi il curriculum al Karolinska lo mando sul serio....
Presto, dato che la nostra si è dotata di fotocamera digitale, avremo dele finestre su cotanta maraviglia....

mercoledì 9 aprile 2008

Affrontare il Derma

Finalmente è arrivata: die Eule è con noi. E' sbocciata oggi pomeriggio presto affiorando sulle ultime vertebre cervicali... mammaEule era chiaramente agitata da ottima primipara, ma non potevo spiegarle cosa si provasse, prima che l'avesse fatto; allora ho tentato di arrampicarmi sugli specchi con un:
"Devi affrontare il derma"
Come mi escono no lo so, ma dev'esser stata la visione delle manette di peluche rosa che mi ha messo su di giri... Ho tentato di incatenarmi al reticolato dell'espositore, ma il risultato è stato di far cadere una vedova nera -sempre in peluche- e di farmi sgamare subito dall'artista propietario dello studio.
MammaEule è stata bravissima, rideva anzi. Secondo me farsi i tatuaggi libera endorfine; io mi stavo per addormentare infatti. Mentre eseguivo il book, Sahry ha sondato il terreno per la questione nonni: Eule, scommetto che quando sei tornata a casa hai trovato il fiocco rosa alla porta! Abbiamo convenuto che le mamme hanno risorse insospettabili: inizialmente contrariate o scandalizzate da certe idee che prendono alle figlie (comprarsi gli anfibi, farsi un piercing, farsi un tatuaggio, comprarsi un mezzo a due ruote, andare in giro scollate), possono passare dalla fase dell'indifferenza -"mmm, finchè fai col tuo, accomodati!"-, ma sicuramente arrivano alla fase: "però, a pensarci bene, non è niente male", per arrivare a "ma come ti sta bene!" / "Rosa ti donerebbe di più". A questo punto le hai perse: anche loro pensano a farsi un tatuaggio/piercing quello che è, e mascherano ciò divagando con raccomandazioni del tipo: "Andate piano" / "Copriti" proprio quando stai uscendo per andarti a decorare/sforacchiare & co.
E ora Eule, con quelle ali sulla schiena, non ti resta che spiccare il volo!

Antò

Dopo la notte al pronto me lo dovete concedere, quindi anche in questo post farò la pelandrona e farò parlare altri; non ho ancora dormito, ho l'adrenalina a palla, è un luogo controverso ma affascinante; ho lavorato benissimo, uno dei pochi posti (insieme alla Biblioteca di Borgo) dove mi son detta: qui ci potrei restare anche tutta la vita; quando i colleghi, prima come ora (Sahry!!!), sono validi va tutto liscio come in discesa.

Ora vi cito Silvia Ballestra, che ad inizio anni '90 pubblicò una raccolta, Compleanno dell'iguana, che si trova adesso terribilmente fuori catalogo; ristampato nel 2004, è stato RESO perchè non vendeva... e vende Melissa P... Ci stupiamo che domenica si rivota???
Sentite che perle... giudicate voi....

Da La via per Berlino, il I Capitolo, "Un'adolescenza Pescarese"

"...
Antò Lu Purk è nato a Montesilvano, provincia di Pescara, nel '69, lo stesso giorno che l'uomo ha conquistato la luna.
Ha trascorso questa adolescenza pescarese mangiando parrozzi alla pasticceria Primo Vere, in Piazza D'Annunzio; smadonnando in riva al mare estate e inverno con gli amici del cuore Antò Lu Zombi, (attualmente apprendista trimestrale alle poste ferrovia di Pianello); Antò lu Mmalatu, (infermiere alla casa di cura Vittoriale); Antò Lu Zorru, (giornalista free lance al quotidiano Il Centro di Pescara, con il falso nome di Antonio Possis d'Arno).
Fino ai 16 anni i 4 Antò hanno cercato di concupire le figlie dei giostrai staglionali in tournée nella zona Francavillla a Mare-Roseto. Palpavano, più che altro: chiappette sode dell'Alto Lazio; puntavano uccelli guizzanti contro cosce e pantacalze alla Cercasi Susan Disperatamente; sussurravano negli orecchi giovinetti frasi come "Pss, stu batacchio trepidante, pacca 'l culo a lu passante!" O anche: "Psss, se te lascerai 'chiappà, goderai fino a dumà!"
Figurarsi.
Le figlie dei giostrai avevano cominciato a suonare organi trentacinuenni prima dei 12 anni; pertanto, ogni volta che i 4 Antò comparivano inutilmente assatanati all'orizzonte, le ninfe li portavano per culo settimane di fila in tutte le fiere del circondario.
"Prustitute" diceva autoconsolatorio Antò Lu Mmalatu. "Zoccole."
"27 centimetri di manico" constatava Atò Lu Zorro. "Chiunque se la farebbe sotto, al posto loro"
"27 da moscio" precisava Antò Lu Purk, con fare da imbonitore d'aste.
Comunque i 4 Antò nonostante la presunta attrezzatura da guinness, non conobbero l'intimità femminile prima dei diciott'anni, quando decisero che era giunto il momento di dare una svolta importante alle loro vite, separandosi definitivamente: questa, almeno, è la voce messa in giro dalle gemelle Treves, loro tradizionali nemiche.
Sia come sia, di quel periodo post puberale è rimasta storica la volta che Antò Lu Mmalatu tentò di mordicchiare i capezzoli di una certa Sonia di Rieti; la prustituta andò a riferire tutto ai fratelli, i 4 Antò furono inseguiti per chilometri di statale, con questi nove tra fratelli e cugini alle calcagna.
le scorregge dei tubi di scappamento di vespini e Benelli truccatirimbombarono da Piana di Tecce a Silvi MArina in n fortunale di marmitte che vrebbe potuto far abortire donne incinte.
Gobbo sul manubrio della vespa cinquanta, gli occhi che lacrimavano per il vento, Antò Lu Purk smanettava come un dannato, mentre Antò Lu Mmalatu urlava "Dagli gas! Dai gas in nome di Gesù, o questi ce tajano le palle!"
Non potevano farcela, i 4 Antò sulle 2 vespe.
I fratelli e cugini giostrai riuscirono a raggiungerli all'inizio della salita di Torremozza: furono circondati dalle posse dei vendicatori, presi a pugni e sputi da tutte le parti, prima che un contadino facesse accorrere i carabinieri giù dal paese.

Antò Lu Purk, verso i diciott'anni pesava 91 chili. Aveva qesto fisico impressionante da giovane barile di campagna. Scuro di incarnato, capelli ricci, filava sulla vespa arancione in contromano nei tratti di lungomare che collegavano casa dei suoi al liceo artistico Duca degli Abruzzi.
In classe, Antò Lu Purk stava seduto stravaccato, la panza sbordante dall'orlo verdolino del banco. I compagni lo rispettavano e temevano, i professori avevano sul suo conto idee contrastanti, nel senso che, non essendo Antò Lu Purk completamente scemo, rifulgeva in talune materie quali disegno ornato, punto a giorno, eccetera; soprattutto la professoressa di applicazioni tecniche, la signorina Laura Sasso, gli voleva bene. Nei consigli d'istituto sosteneva che lui era un ragazzo in gamba, forse bisognava solo prenderlo per il verso giusto.
Figurarsi
Comunque, il Lu Purk venva rimandato tutte le estati in tre materie: italiano, matematica, disegno dal vero.
Il giorno che mettevano fuori i quadri, Antò Lu Purk faceva sceneggiate incredibili: davanti alla bacheca gli occhi diventavano subito umidi; lui afferrava compagn presenti a caso, pizzicava braccia, strizzava polsi; chiedeva conforto e pronunciava bestemmie irriproducibili qui, in cui prevalevano le invocazioni a San Giuseppe falegname.
Poi, alla fine dell'estate, si presentava agli esami di riparazione senza mai aver aperto libro; se possibile, in una forma peggiore di quando aveva meritato la bocciatura. Più che altro copiava agli scritti; durante gli orali diceva spesso che si sentiva poco bene; era emozionato; il mese prima gli era morto un caro amico e allora lui non aveva avuto i ervi per prepararsi a puntino.
Sempre verso i diciott'anni, in vista degli esami di maturità, forse schiacciato dall'angoscia per l'imminenza del supremo giudizio, l'idea della visita medica militare, la fine dell'età dell'oro, Antò Lu Purk s'era fatto prendere dalla fissa d rivisitare i luoghi d'infanzia; nonostante avesse ormai i capelli a cresta di gallo, grinta da rocker, vestisse pantaloni di velluto a coste fine e giubbotti in pelle sfrangiati su maniche e punto vita, ogni volta che rivedeva la carovana dei giostrai dalle colline gli si allargava il cuore, una lacrima poteva rigargli il viso. Allora scalciava il pedale d'avviamento, smanettava frenetico sul gas, scendeva con la vespa scorreggiando a precipizio lungo il sentiero di bossi, elci e frassini. Raggiungeva il letto della statale, tentava di affiancare i torpedoni dei giostrai facendo grandi gesti di saluto, gridando felice "Alè, Cumpà! Bentornati, cumpà!"
Sbandava sulle piccole ruote lungo il margine della carreggiata, alzava polvere e breccino in scodate di frenata.
Sul serio.
C'è stato un periodo, sui diciott'anni, che ogniqualvolta rivedeva la gente del luna park lui veniva assalito da nostalgie indicibili, furiose rimembranze: cercava di trasmettere questo sentire poetco agli altri ANtò, ma quelli se ne fottevano, essendo incommensurabilmente più rozzi del nostro. Comunque, fu il periodo che gli altri Antò lo soprannominarono Antò Lu Park, o anche: Antò Lu Giostraio.
Andava alla ricerca di questo paesaggio umano fantastico, popolato di Sonie, Jessiche, Vanesse: gli amori perduti di gioventù.
Pochi anni dopo la storia con i nove tra fratelli e cugini giostrai della prustituta Sonia, Antò Lu Purk era riuscito a introdursi nell'ambiente, fare pace con tutti, diventare fratello di sangue zingaro dei più importanti capi giostrai. Inutile aggiungere, che dietro il portento di tanta riappacificazione ecumenica c'era l'appalto di svariati etti di libanese rosso, la carica di spacciatore ufficiale della zona Montesilvano. Silvi Marina ovest, in gioco.
Sul lavoro Antò Lu Purk esibiva sangui freddi straordinari, amava presentarsi con 'sto portamento rilassato, per certi aspetti quasi elegante.
Teneva particolarmente a far sapere che lui non trafficava fumo per soldi, ma per scelta culturale, passione.
Figurarsi.
Comunque, per avallare questa tesi, Lu Purk vendeva preferibilmente ad amici o amici di amici: gli altri Antò non furono più tanto allegri esoddisfatti come in quei mesi, sempre a fianco del loro capo carismatico, beneficiari di sconvolgimenti commoventi e agratiss.
..."

Lavativa

O vediamo se mi riesce di fare bella figura e spendere poco: ci sono dei personaggi che non possono restare ignoti, arriva il primo, lascio la parola ad 'Ala Al-Aswani, che con il suo Palazzo Yacoubian ci ha fatto questo prezioso regalo:

Parla di Zaki al-Dusuqi, indolente e avido ingegnere che abita il palazzo; bey= titolo di rispetto con cui ci si rivolge a una persona laureata

"...
Giunto all'età di 65 anni, con tutti gli alti e basi, è sempre ruotata intorno a un unico perno: la donna. Zaki è sempre stato prigioniero della dolce schiavitù del sesso femminile. Per lui la donnan on è una passione che si consuma e si estingue a poco a poco dopo essersi incendiata. Per lui la donna rappresenta l'intero mondo della seduzione con le sue infinite e molteplici immagini: seni prominenti e vigorosi, capezzoli turgidi come chicchi d'uva, sederi morbidi e flessuosi che vibrano pronti a ricevere un repentino e impetuoso retroattacco, labbra tinte di rosso che, assetate di baci, sospirano di piacere, capelli dalle svariate fogge (lunghi e lisci, lunghi e crespi, le trecce al vento, sempre in ordine, corti à la garçon, che rivelano insolite predilezioni). per non parlare degli occhi! Ah, com'erano belli quegli sguardi sinceri, menzogneri ed equivoci, quegli sguardi dissoluti o pudici, com'erano belli perfino quelli adirati e pieni di disappunto! A tal punto, e anche oltre Zaki bey ama le donne. Ne ha conosciute di tutti i tipi, a cominciare da Nabila Kamla, nipote dl vecchio re, che gli ha insegnato le usanze delle alcove reali e i loro rituali: dalle candele accese tutta la notte alle creme e i profumi da spalmare sul corpo. Da Nabila KAmla (quella dalla voglia insaziabile) ha imparato come cominciare, quando smettere, e come sollecitare spudoratamente le diverse posizioni erotiche con dolcissime parole francesi. Zaki bey ha amato donne di tutti i tipi : ballerine orientali, straniere, donne benestanti, mogli di uomini importanti, studentesse universitarie e de liceo, ma anche donne malfamate, contadine, domestiche. Ognuna aveva un capriccio differente. Spesso, ridendo, ha comparato le arti amatorie di NAbila Kamla, governate da un rigido protocollo, con quelle della mendicante che, una notte, ubriaco, ha rimorchiato sulla sua Buick e si è portato nell'appartamento di vicolo Behler. Quando l'ha accompagnata in bagno x lavarla con le sue mani, ha scoperto che a causa dell'estrema povertà si era confezionata gli indumenti intimi con la tela dei sacchi di cemento vuoti. Ricorda ancora con un misto di tenerezza e malinconia l'imbarazzo della donna nel momento in cui si era tolta le mutandine sulle quali c'era scritto a grandi lettere: "Cemento Portland Tura". Era una delle donne più belle che avesse mai conosciuto e una delle più focose. Tutte queste esperienze hanno fatto di Zaki-al-Dusqui una vera autorità in materia di sesso femmnie. La sua "scienza della donna",come la definisce, offre strane ed originali teorie che, condivise o no, meritano una certa considerazione. Per esempio ritiene che le ragazze più belle di solito a letto siano più fredde, e che quelle brutte siano passionali, poichè hanno un reale bisogno di amare e fanno di tutto per soddisfare i propri amanti. Zaki bey è anche convinto che si possa determinare il grado di sensualità di una donna dal modo in cui pronuncia la "esse" (w la lisca!). Se, per esempio, pronuncia la parola "susu" (non so cosa sia) o la parola "basbusa" (credo sia una pietanza) con un tremulo di voce suadente, intuisce subito che si tratta di una donna passionale o meno. Inoltre, è fermamente convinto che ogni donna sia circondata da un alone etereo che emana contnue vibrazioni invisibili e impercettibili, ma non di meno reali. Chi è capace di decifrarle è anche in grado di determinarne il grado di erotismo. Zaki bey riesce a svelare la sessualità di una donna, rispettabile o no, dal tremolio della voce, o prfno dal calore emanato dal contatto della sua mano. Invece, a proposito delle donne dotate di un insaziabile apetito sessuale, les femmes fatales, come le chiama lui, quelle creature misteriose che non si sentono vive se non nei letti caldi d'amore, che nella vita non trovano altro piacere se non nel sesso, quegli esseri infelici destinati dall'avidità di piacere a un destino terribile e fatale, Zaki al-Dusuqi dice che si assomigliano tutte - anche se non nell'aspetto - ed esorta gli scettici ad osservare le foto sui giornali delle donne condannate a morte per aver assassinato il marito con l'aiuto dell'amante. Hanno tutte la stessa fisionomia - dice - le labbra generalmente carnose, socchiuse, sensuali, i lineamenti irregolari e voluttuosi, gli sguardi vitrei e vuoti, come di un animale affamato.
Era domenica. I negozi di via Suleyman pasha restavano chiusi. Bar e cinema s riempivano di gente; la strada buia e vuota, con le serrande abbassate e gli edifici in antico stile europeo, sembrava lo scenario romantico e triste di un film hollywoodiano. Al-Shadhli, l'anziano portiere, fin dal mattino aveva lasciato il suo posto vicino all'ascensore e si era seduto sul marciapiede davanti a Palazzo Yacoubian per controllare le entrate e le uscite del giorno di festa. Zaki al-Dusuq
era arrvato nel suo ufficio poco prima di mezzogiorno e fin dal primo istante Abaskharon, il domestico, aveva capito che aria tirava. Dopo vent'anni di lavoro al suo servizio, Abaskharon capiva a colpo d'occhio gli stati d'animo di Zaki bey. Sapeva perfettamente perchè il suo padrone era arrivato in ufficio elegante e profumato - con il profumo delle grandi occasioni - perchè appariva agitato e teso: si alzava e si sedeva camminando nervoso avanti e indietro senza riuscire a stare fermo, dissimulando l'impazienza con fare laconico e sprezzante. Chiaro segno che il bey aspettava una nuova amante.
Abaskharon non si arrabbiò quando il padrone cominciò a rimproverarlo senza motivo, annuì con aria di indulgenza e terminò velocemente di spazzare il salone. Poi afferrò le stampelle che risuonarono pesantemente sul pavimento di legno del lungo corridoio e si avviò velocemente verso la stanza grande dove sedeva il bey.
"Il signore aspetta una visita? Devo preparare le sue cose?" disse con un tono di voce reso completamente neutro dall'abiudine. Il bey lo fissò per un istante, come se stesse decidendo il tono di rimprovero con cui apostrofarlo. Osservò la galabeyya a righe di lanetta stracciata in più punti, le stampelle, la gamba amputata, il volto decrepito con la barba lunga e bianca, gli occhi piccoli e astuti, e quel sorriso implorante e alarmato che non lo abbndonava mai.
"Prepara in fretta le mie cose" gli disse secco, uscendo sul terrazzino. Nel loro comune linguaggio, "visita" significava appuntamento con una donna e "le mie cose" alludevano a una serie di rituali che Abaskharon doveva preparare per il suo padrone prima dell'inconro.
Si iniziava con una iniezione di vitamina Trai-bi d'importazione, che il domestico gli effettuava sulla natica e che ogni volta gli faceva così male da farlo urlare, maledicendo Abaskheron, quel somaro dalle mani pesanti e rudi. Poi veniva il caffè amaro aromatizzato con la noce moscata che il bey sorseggiava lentamente, succhiando un pezzettino di oppio posto sotto la lingua; e per finire, il grande piatto di insalata sul tavolino vicino a una bottiglia di whisky Black Label, con due coppe vuote e il secchiello del ghiaccio colmo fino all'orlo. Abaskharon cominciò a preparare le coe scrupolosamente. Seduto sul balcone che dava su via Suleyman pasha, Zaki bey accese una sigaretta e si mise a osservare i passanti. I suoi sentimenti si alternavano fra l'eccitazione dell'incontro e la preoccupazione che la sua amata Rabab non venisse, mandando all'aria un intero mese di sacrifici compiuti nel tentativo di braccarla. Rabab gli aveva fatto perdere la testa fin dal momento in cui l'aveva vista per la prima volta nel bar Cairo di piazza Tawfiqeyya, dove lavorava come cameriera. L'aveva completamente stregato: ogni giorno si recava diverse volte nel locale per vederla. A un vecchio amico l'aveva descritta così: "Rabab raffigura la bellezza popolare in tutta la sua volgarità e seduzione. E' come se fosse sbucata da un quadro del pittore Mahmud Sa'id". Poi aveva proseguito: "ricordi quella domestica che stuzzicava i tuoi sogni erotici adolescenziali? La massima aspirazione che avevi non era forse quella di toccare quelle natiche soffici e afferrare i suoi grossi seni morbidi e delicati mentre lavava i piatti nel lavandino della cucina? Con i suoi movimenti sinuosi ti si appiccicava sempre di più addosso, gemendo e respingendoti con fare provocante, prima di concedersi dicendo: 'Signore... Non faccia così, su signore...'. ebbene, un simile tesoro io l'ho trovato in Rabab".
MA trovare un tesoro non significa necessariamente possederlo. Per la sua amata Rabab Zaki bey fu costretto a sopportare moltissime seccature. Dovette trascorrere notti intere al bar Cairo, in un luogo sudicio, angusto, poco illuminato e senz'aria, quasi soffocato dalla folla e dal fumo di sigarette. Il volume assordante dello stereo, che trasmetteva ininterrottamente le canzoni più popolari e triviali, l'aveva reso quasi sordo. Per non parlare dei litigi e delle zuffe fra gli avventori - una mescolanza di manovali, malfattori e vagabondi -, delle coppe di brandy d infima qualità che era costretto a trangugiare, dei conti spropositati, pieni di errori madornali che fingeva di non vedere. Come se non bastasse, lasciava anche una sostanziosa mancia, e una più grossa la infilava nella scollatura del vestito di Rabab. Quando sfiorava con le sue dita quai seni prosperosi e palpitanti sentiva immediatamente il sangue ribollirgli nelle vene. Quella voglia irrefrenabile era così intensa e insistente da farlo stare quasi male. Zaki bey aveva dovuto sopportare tutto ciò per amore di Rabab. l'aveva pregata più di una volta di incontrarsi con lui fuori dal locale, ma lei si era sempre rifiutata. Aveva continuato a insistere senza demordere finchè, proprio il giorno prima, lei aveva accettato di fargli visita nel suo ufficio; dalla contentezza le aveva infilato fra i seni una banconota da cinquanta lire egiziane (senza pentirsene). Gli si era avvicinata così tanto che il suo alito ardente gli aveva dato l'impressione di bruciargli il viso, poi si era morsa il labbro inferiore sussurrandogli con un tono sedcente da fargli perdere la testa: "Domani, amor mio, ti ricompenserò per tutto quello che hai fatto per me".
Zaki bey ricevette l'iniezione dolorosa di Trai-bi, succhiò lentamente il pezzettino d'oppio e cominciò a sorseggiare la prima coppa di whisky, alle quali fecero seguito la seconda e la terza. A poco a poco la tensione si dissolse. si rilassò e i pensieri cominciarono a vagare liberi nella sua testa come dolci armonie. L'appuntamento con Rabab era per l'una e uando l'orologio a muro toccò le due, Zaki bey fu sul punto di perdere le speranze. Improvvisamente però sentì i colpi delle stampelle di Abaskharon sul parquet del corridoio. Un momento dopo il volto del domestico spuntò dallo spiraglio della porta, ansimando eccitato come se la notizia gli facesse realmente piacere: "La signora Rabab è arrivata, Eccellenza".
..."

martedì 8 aprile 2008

la prima notte

Che bello il DEA... non aggiungo altro e incrocio le dita. Alle 20.00 attaccherò la mia prima notte e spero con tutto il cuore vada in bianco. Ieri è arrivata una ventitrenne all'XI settmana di gravidanza che aveva sbattuto contro il muro di casa con la macchina appena messa in moto (possibile che il piccolo scalciasse già contro lo sterzo???). Aveva molti piercing ma non ha voluto sapere di farsi mettere un ago; mi rivolgo quindi alla formazione universitaria del corso di laurea in infermieristica: fateci fare i tirocini dai piercer!

Il giorno della civetta

Domani arriva la civetta... Preparato il fiocco rosa?
Ho omesso di dire alla cara Eule che il tatuatore è un energumeno che viaggia su un chopper cromatissimo, sempre in occhali da sole, ciabatte e braghe calate, con nella mano destra la macchinetta-penna, nella sinistra birrozzi fanno l'altalena con altre sostanze non riferibili qui... In genere non ti disegna mai quello che hai chiesto; briaco perso fin dal primo mattino, sfoga il suo estro creativo arricchendo di particolari o stravolgendo completamente ciò che era stato pattuito col cliente. Il disegno viene ampliato minimo del 30% nelle sue dimensioni originali e stessa lievitazione subisce il prezzo. Molti escono molto più soddisfatti e lo ringraziano, ma ciò non successe a Paolino - detto Sofia - che si voleva far tatuare due capitoni in amplesso, quali marchio indelebile della sa fedeltà al marinaio Nunzio, e si ritrovò un'orgia di sirene in tridimensione...
Tanti Auguri Eule!
Blogger Eule ha detto...

Forse era meglio se questo post lo leggevo domani a cose fatte! Non è che alla fine invece di una civetta mi ci trovo una gallina sulla schiena? Preparate il mangime bambine! Chiò chiò chio!!!

8 aprile 2008 11.58

domenica 6 aprile 2008

millennovecentonovantasette

Domani inzio il tirocinio al DEA (Pronto Soccorso): ragazzi l'è buriana... Sono emozionata, agogno quanto temo questo momento perchè quando una cosa ti piace è così... farò scorta di cioccolata... non c'ho banane, ma questo mi permette di parlarvi del Daks (lo chiamerò col nome della gelatina che si metteva nei capelli, probabilmente mastice), mio leggendario ex.
Era il 1997. Lady D stava per morire. Avevo da 6 mesi la patente, di lì a poco avrei conosciuto lo zoccolo più duro della burocrazia italiana: la segreteria di lettere e filosofia. Ignara di tale immane disgrazia, con la Diva si frequentava quasi tutte le sere il Central, la pista rock di questo; erano i tempi in cui si zompava sui Nirvana. La discoteca era frequentata da una fauna molto variegata, tra cui ricordo il Pagliaccio, ma parlerò altrove di lui, con l'aiuto della Diva (i ricordi, annebbiati dalle economiche birrozze che compravamo fuori al baracchino del cinese potrebbero non essere attendibili). La serata partiva da casa mia o da casa della Diva, a seconda di quale fosse libera; le cene erano a base di surgelati fritti, patatine e nutella; seguiva la seduta di maschera d'argilla, doccia, svaligiamento dell'armadio -vuoto in genere, dato che tutto riversava sul pavimento e sul letto-, defilé di tutte le combilazioni possibili, maquillage e deodorazione ignifuga di ascelle e insetticida dei piedi. L'acconciatura veniva solo iniziata al domicilio, ma proseguiva e si compiva nel parcheggio della discoteca, dove esordivamo con un rifiuto perentorio sul pagamento del pedaggio estorto da energumeni di certa provenienza campana per i quali il protocollo prevedeva di pronunciare la seguente frase:
"Tu sì abbusive, abbusiv'assai!"
La prima sera ci fu il dubbio di trovare la scarcassina su 4 mattoni, ma confidai nel fatto mi prendessero per una "paesana". Andò per la seconda evidentemente.
Con l'aureola di lacca scendevamo dalla macchina, sorridendo nonostante i tacchi facessero un male cane, bestemmiando col terreno sconnesso.
Una di queste sere mentre si ballava ci fu un'occhiata di troppo col tale Daks. Si scoprì dopo che in genere frequentava ben altre discoteche, che era un capo ultras che passava tutte le domeniche con la squadra del cuore che non vedeva mai dato che le dava le spalle per dirigere i cori dei tifosi, che si faceva mezz'ora di auto-intervista davanti a uno spacchio impersonando il giornalista, il sè stesso-famoso-dj e il pubblico in delirio alle sue affermazioni, che da piccolo quando studiava dalle suore aveva espresso il suo genio infilando una carpa della vasca del chiostro nell'acquasantiera generando sincopi nelle vecchie che frequantavano la messa delle 18.00 e lanciando un petardo nel confessionale in orario visita. La sua casa era alquanto disordinata, sembrava che ci fosse scoppiata una bomba dentro, come egli stesso amava sottolineare, e aggiungeva anche: "Amore, lo vedi questo casino? Questo casino c'è pari pari dentro di me!"... I segnali che non andava c'erano, che aveva bisogno d'altro pure, ma io dura come una ceppa a bacio, nulla, non volevo intendere, e dai e dai e dai. Per inciso: CANDY CANDY IS DEAD! All'epoca mi ricordo che ci rimasi male, ora lo ringrazio, la decisione la prese lui e mi lasciò con una frase da guinness (posso dire che mi hanno detto anche questo), detta sul pianerottolo, con la tromba delle scale a portata di mano, mi bastava una pedatina per farcelo ruzzolare, non so cosa mi trattenne, forse la poesia, perchè voi come avreste reagito a uno che ti dice:
"Ile, un c'è più banane"
???