mercoledì 26 agosto 2009

Day 3: 07/29/'09

E’ il giorno dedicato all’arcipelago questo. Stoccolma anche in questo si conferma una città peculiare, a metà tra un lago (il Mälaren) e un mare (il Baltico), articolata su isole che si dipanano in un folto arcipelago, tanto d’inverno quasi completamente disabitato, quanto battuto d’estate; questa gita fuori porto infatti e una cosa tipica svedese, che raramente turisti forestieri hanno la fortuna di fare; così come moltissime altre attività che potrò fare, nel vantaggio di conoscere una persona che vive sul luogo. Il draghetto è pieno di svedesi, l’80% over 65, in quella che con Isil abbiamo definito la VECCHIOCRAZIA, che ci snerva nei musei molto spesso; vivendo bene si arriva  a ragguardevoli età più o meno in salute; in pensione si hanno tutti i musei gratis, quindi orde di vecchi con i loro trespoli (deambulatori) affollano i luoghi della cultura, rendendo pressochè impossibile la fruizione agli altri delle opere... Torniamo alla barca; la fauna in anziana manifestazione ha occupato già tutti i post a sedere. Noi, lupe di mare indomite, affrontiamo le 3 ore di viaggio sul ponte, in piedi, senza mai dare il minimo segno di cedimento. Tutto il resto del giorno l’abbiamo passato distese sugli scogli, ma è un particolare. L’imbarcazione della Waxholmsbolaget solca il Baltico offrendoci ragguardevoli panorami, che occupano per diverso tempo la macchina fotografica; ogni scorcio è diverso, non ci si annoia mai. Ci sono isolotti con una sola abitazione, con il loro piccolo molo; chi abbia lì è costretto a muoversi in barca, e c’immaginiamo cosa non dev’essere d’inverno, tutto bianco e innevato... eppure qualcuno ci resta, lavorando magari con un pc, forse è qui che vive Babbo Natale, per non avere tanti rompimenti di coglioni s’intende... Ed ecco che sentiamo un rombo di motoscafo avvicinarsi e poi sorpassarci balzellando sulle onde: è un vecchietto di 85 anni minimo al timone, ed abbiamo la sensazione che non frequenti molti musei; ci saluta beffardo sparendo ben presto all’orizzonte... chissà magari arriverà al polo nord... Ho la certezza che quando scenderà a terra non userà un deambulatore... Durante la traversata molte altre barche ci affiancano, molte sono a vela, che gli svedesi dimostrano amare molto e immancabili i bestioni della Viking diretti in Fillandia. Colpisce molto la vegetazione: betulle (björk) ed abeti sul mare. Approdiamo finalmente a Finnhamn, l’avamposto più esterno dell’arcipelago. Ha un porticciolo con un bazar fornito di tutti i generi di prima necessità e un caffè. Nell’entroterra c’è un ostello molto confortevole e qua e là tutto è disseminato di casette che vengono affittate, son tutte rosse e bianche in svedese d’ordinanza. E’ tutto molto strano: siamo al mare, ma i sentieri su cui passeggiamo nelle nostre lande sarebbero collinari, se non montuosi. Troviamo uno scoglio libero su cui ci accampiamo, è accanto alla dimora di una famiglia allargata, saranno tre fratelli/sorelle con rispettiva prole, la maggior parte della quale in età puberale, una tragedia ormonale: le bimbe già ragazzine pensano già ai David Beckham della situazione e i ragazzini pensano ancora al lego e ai giochi barbari del legno e della terra; quando si accorgeranno che avevano la pagnotta fumante nel piatto sarà ormai irrimediabilmente tardi, altra fauna avrà già fatto bottino. Che curiosa, l’umanità.

Ben presto ci raggiungono due mamme con 3 bimbe, evidentemente adottate: le mamme, evidentemente svedesi, accudivano bimbe dagli occhi a mandorla. A quanto pare le pratiche per l’adozione sono molto snelle in Svezia, come tutto del resto, e sono molti i figli adottati.

Mi tolgo la soddisfazione di fare il bagno. Noto, prima, che qui si tuffano ed escono subito, non stanno a guazzo come noi nel Mediterraneo... L’acqua è, come dire, freddina, ma è bellissimo e poi la sensazione di fare il bagno nel Baltico, volete mettere??? Prima però son dovuta correre al bazar: l’unico giorno, di 365, in cui decido di andare al mare ovviamente ho l’onore e la gradevole compagnia non solo delle mutande, ma anche  dell’assorbente con ali! E a questo punto devo confessare un passaggio che definire storico sarebbe troppo poco, è epocale: addio tampax, son passata agli OB; le remore per l’assenza dell’applicatore decadono con la semplice, logica e razionale considerazione per cui ‘in fondo ci va molto peggio di un dito’. La temperatura non è mite, ma non ci lamentiamo,  sicuramente molto più calda dell’oceano, ricordo che a Lisbona nel 2004, nonostante facesse un caldo becco, non riuscii a fare il bagno. Anche qui è infestato di padri che giocano con i loro figli. Inizio a sospettare che in ogni svedese ci sia un bambino, ma è ben altro rispetto al fanciullino pascoliano: qui basta un non nulla per accendere la miccia, come mi viene anche confermato dagli aneddoti di Isil; infatti un giorno si era ritrovata nella bolgia canterina in un centro commerciale; spenzolava curiosando dalla balaustra dell’ultimo piano di NK (leggasi |Enko|) quando vede entrare dei ragazzi, in età liceale, che iniziano a cantare una vecchia canzone popolare; tutti, dalle nonne ai nipoti nel carretto, ai pensionati fino ai manager, si uniscono al coro. Poi finita la canzone tutto torna alla normalità, manco qualcuno avesse premuto lo STOP... 

Fanciulli si ma col cervello... qui si inizia ad impegnarsi in lavoretti estivi già ben prima dei 18, età in cui uno viene buttato fuori dal nido parentale, anche perchè per gli studenti lo stato offre molte agevolazioni. La ragazzina che ci vende le uova biologiche alla fattoria di Finnhamn ne è un esempio; viaggia scalza per i sentieri, ritira le uova da sotto il culo delle galline, raccoglie tuberi e ortaggi e li dispone in un negozietto dotato di una bilancia super funzionale, con istruzioni dettagliate (purtroppo solo in svedese), perchè nel caso in cui lei non ci fosse uno fa da sè e paga anche self service, c’è semplicemente una cassettina con su scritto “Lasciate i soldi”.. in Italia non lascerebbero neanche le galline... Sembra tutto molto hippy e utopistico, ma così ci siamo tolte anche la soddisfazione di dar la mano alle pennute che stasera ci faranno mangiare una frittata, pardon l’omelette. Troppe emozioni per un giorno solo... pensare che esiste una zolla di mondo dove le cose funzionano mette in crisi il mio catastrofismo tanto nutrito dai TG di stato e dalla mentalità contro cui spesso qualche parallelo più giù mi trovo a fare i conti. E’ una grossa messa i discussione, da parte nostra ci chiediamo dove sia la magagna, perchè, forgiati da malizia e mariuolismo, siamo abituati a pensare che normale sia la scorrettezza e non viceversa. Non saremo mai civili, rendiamocene conto.

Abbiamo gustato un’ottima omelette a porri, grazie alle nostre amiche galline.. coccodè! E grazie alla mano svelta e ferma della chef Isil, che tira fuori dei piatti che mi sogno col binocolo... son peggiorata ai fornelli, ma se volete assaggiare un genuino sofficino bruciacchiato suonate pure alla mia porta, non occorrerrà prenotare...


Day 2: 07/28/'09

Oggi partiamo in quarta. E’ la volta del Dansmuseet, un raffinato museo tale e quale l’arte cui è dedicato, in pieno centro, di fronte a Gamla Stan, la città vecchia. Si avvicendano ininterrotte mostre temporanee (attualmente è il turno quella dedicata ai balletti russi) sullo sfondo costante della permanente che presenta una varia ed esotica galleria, dall’Africa, all’Asia passando per l’Europa; vediamo marsine e parrucconi, svolazzi di tutù, piume e brillantini.... Non capiamo perchè non si possa esser liberi di girare così anche per strada  ; saremmo molto più belli, nel vero senso estetico del termini. Le linee dei modelli seguono quelle dei corpi e immaginiamo cosa non devono essere sulla scena. Ci sono anche quelli ideati per la prima della “Saga della Primavera” che si tenne a Parigi ne 1913, su musica di  Igor Stravinsky e coreografia di Vaslav Nijinsky (come dice Isil, che Odino li abbia in goria!!!), dove - si racconta - venne giù un finimondo: il balletto fu considerato eccessivamente d’avanguuardia, come del resto è facile, quasi inevitabile, succeda alle novità, vedasi il cubismo, nella resistenza al cambiamento, che è umana ma rischia di farci perdere di vista diverse cose; gli artisti son geni, hanno intuizioni e vedono prima dei comuni mortali come stanno le cose, o no?! E diamo loro retta qualche volta! Insomma sarà solo la bellezza a salvarci, DOBBIAMO prestarci attenzione, dobbiamo... Insomma successe che il pubblico infervorato iniziò ad agitarsi, ad alzarsi, ci furono vere e proprie colluttazioni, con il direttore d’orchestra che urlava ai ballerini. Immaginiamo lo scandalo: non si trattava del  teatro borgataro di “Roma” di Fellini, dove anche i gatti morti, se gli attori non sono all’altezza, possono diventare protagonisti, testimoni e trofei. La “Saga” è visibile in video in una saletta adiacente l’esposizione. E’ un’opera tetra ed atavica, scortata da musiche adeguatamente cupe.  Si celebra l’arrivo della primavera con il sacrificio di una vergine,  scelta tra quelle del villaggio che danzando sbaglia; il momento dell’elezione è straziante, molto più di quando a Salso Maggiore viene pronunciato il fatidico “Carina, la tua corsa per Miss Italia finisce qui”. Infatti la disgraziata di turno è costretta a danzare fino alla morte. Mentre la guardo non riesco a fare a meno di pensare al corpo fremente, ai piedi sanguinanti, un orrore.

Per fortuna ci ristoriamo nel caffè molto parigino nonché bookshop del museo. Per 80 corone, equivalente di poco più di 7 euro, tasso di cambio permettendo, riusciamo a mangiare molto bene. Da queste parti la musica è analoga ovunque, come prezzi e offerte. Gli svedesi mangiano piatti unici nei pasti principali, intervallati da fika a tutte le ore; con questo non mi riferisco all’esistenza di una particolare attività sessuale fuori pasto di questo popolo nordico, il che giustificherebbe anche la numerosa prole che si ritrovano, ma credo che in questo caso la responsabilità sia nella rigidità del clima più che altro. “Fika “ è la merenda con tè/caffè e torta (nella mia top ten ci sono quella ai lamponi, quella alle carote e quella al rabarbaro); a tutte le ore perchè anche i pasti si consumano veramente in qualsiasi momento, così benissimo nei caffè si possono veder servire patti da lunch alle 4 del pomeriggio. L’unico riferimento è la cena che si consuma dalel 6 alle 7, perchè poi si mettono a nanna i bambini e ci si adopera per averne altri, anche perchè i figli qui ti campano... E sicuramente ciò che sulle tavole svedesi NON si trova è la tovaglia, non apparecchiano, manco per le festività, in cui è facile trovarsi davanti a dei buffet, w la praticità!!! Figurati se le massaie si posson prendere ferie per allestire i banchetti pantagruelici che figurano su tavole più latine; qui la donna fa carriera, e non esistono le casalinghe o le mamme e basta, se lo sei hai qualche problema, qua non ci son delle donne, ci so dei caterpillar. I figli non sono un problema, sono una risorsa. Raramente si senono piangere o fare le bizze. Probabilmente usano dei sedativi; ad ogni modo funzionano. I copricapi metallici con corna in foggia vichinga non vanno più, ma l’ascia in borsetta secondo me ce l’hanno tutte.

Dal Danse Museet basta prendere un ponte e siamo nella città vecchia, Gamla Stan, dove decidiamo di dirigerci per la mia prima fika, sverginiamoci! Per arrivarci si passa da Drottninsgatan, il corso dove si fanno le vasche per intendersi, che collega il nord della città con il centro. Questa isoletta ha un fascino cui non è facile sottrarsi, è rimasto intatto il cuore medievale con le stradine tortuose e acciottolate, molto simili a scorci parigini I negozi cercano di carpire l’attenzione dei turisti, ma si affacciano sulle vie anche raffinati  atelier di design cui gli svedesi tengono tantissimo (le case devono essere accoglienti), e una gelateria biologica dove la cialda viene confezionata sul momento diffondendo un profumo marcato e inconfondibile. La vista è allietata da case fiabesche con tetti scuri e pareti dai colori caldi: giallo e rosa-arancio vanno per la maggiore. A Santa Lucia con tutte le decorazioni, le luci e le candele si deve rimanere abbagliati.

La deflorazone tortesca avviene nella più antica pasticceria di stoccolma, Sundberg, se non ricordo male. Mi sbologno un caffettone americano di quelli come piacciono a me e per cui son la delusione di nonna (come italiana non mi posson piacere quelle sbobe, dice lei... de gustibus, o no?!) E ovviamente mi ritrovo nel piatto anche un’ottima Hallonpaj, torta di lamponi: è un colpo di fulmine, sarò costretta a peccare molte altre volte, oltre oggi durante questo viaggio che ha tutta l’aria di configurarsi quale glicotrip degno del miglior Keith Richards. In realtà il trancio più swedish inside era un macigno 5x7x8 cm) ricoperto di glassa al pistacchio con marzapane dentro, ma non me la son sentita... In ogni caso fare fika è fichissimo!

Viriamo poi per la cattedrale dove c’è una statua lgnea di San Giorgio e il Drago, riprodotta in bronzo all’esterno e dove vedo, per la prima volta i 30 anni di vita una prete donna; è pure carina, ma che stai a fa, a’stronza??? Mi dico, e mi dispiace non sapere lo svedese per comunicarle questo mio giudizio. Uno spreco di ricci biondi in mezzo tacco che vi avrei fatto vedere, qui a ogni ovulazione è un cimitero di cellule e poi mi dicono del movimento pro-life... Poi mi rammento che i sacerdoti protestanti si possono sposare.. spero anche che abbiano una vita sessuale infuocata, per la felicità dell’universo.

Per smaltire le 5000 calorie assunte (arrotondando per difetto) il giro alla cattedrale non basta, così ci incamminiamo per i vicoli in direzione della via maestra che ci riporti sula terra ferma a nord, verso il quartiere shoppaiolo; giungiamo all’ Urban Outfitters, un negozio, prevalentemente di abbigliamento, costruito in un teatro; i camerini si trovano proprio sulla scena... Ci sono anche molti accessori e il design, immancabile; segnalo una cartigienica-sudoku, la bocetta porta-etanolo da borsetta e le stelline capezzolari da ragazza cin-cin che volevo prendere per il pride... Vedremo nei prossimi giorni, non posso sperperare subito così dal’’inizio.

Per ultimare il nostro pellegrinaggio lipidicamente penitente attraversiamo Humlegården, dove si trova la statua del mitico Linné, per raggiungere la mastodontica e suggestiva Engelbrektskyran, una chiesa in mattoncini rossi, dell’inizio del ‘900, molto luminosa all’interno e con affreschi verticalizzati al massimo. Fu qui che Isil, mesi fa, entrò colpita da siffatta architettura e trovò un matrimonio; “pensa che bello” si disse, e si sedette in disparte a godersi lo spettacolo, ma c’era qualcosa di strano che non le tornava: chi officiava la messa era una donna, una pretessa; non aveva mai sentito le litanie in voce di donna; a me non è mai capitato, anche se penso sia tipo sentir cantare alla Ricciarelli “Master of puppets” dei Metallica.

Nel raggiungere la tunnelbana utile per casa ci imbattiamo in un acceso diverbio tra un immigrato e una donna, lei ha una lattina in mano, gliela scaraventa dietro, lui insiste; è incredibile, subito due passanti, donne anche loro, la affiancano, scortandola, è un muro umano. Fanno il nostro stesso tragitto per un pò, poi perdiamo il quartetto, ma vediamo che lui è costretto a desistere.

Prima di scendere dalla tunnelbana ci fermamo e senza uscire dal metrò accediamo direttamente in un supermercato; qui si può trovare una grandissima varietà di qualsiasi cosa; avete presente quando non siete riusciti a sperimentare qualche ricetta bislacca perchè tra gli ingredienti c’era qualcosa di irreperibile? A Stoccolma non potrebbe mai succedervi... sarà perchè loro, soprattutto per frutta e verdura producono poco, importano qualsiasi cosa. Per le spezie c’è una parete intera. 

Le suole cominciano ad essere consumate, il cuore gonfio di emozioni e gli occhi di colori... torniamo a casa per oggi, è ormai sera, anche se il sole è ancora bello alto e lo sarà  per molto ancora.

Non ho nè il tempo nè la voglia di registrare tutto a ogni piè sospinto... questo diario ci metterà un pò a veder la luce... pace!


Day 1: 07/27/'09

Ci siamo. Mi sveglio molto prima che le lancette detonino la sveglia allo scoccar dell’ora stabilita. Riguardo qua e là guida e ogni frase è un invito a partire, un rimprovero per non averlo fatto prima: sulle statali ci sono spallette che separano chiaramente ciclisti da autovetture. Mi sembra un’ulteriore conferma di civiltà. Da noi le ciclabili finiscono nel nulla e sono spesso invase dai pedoni, che anche loro quando ci si mettono danno del filo da torcere, per non dire peggio, e per non parlare dello stato in cui le piste sono... piene di buche; spesso preferisco passare dalla strada normale, non voglio rovinare il paziente e rovinosamente costoso lavoro di decennale del mio dentista.

Sbircio la guida linguistica... dubito me ne servirò... è vikingo quella roba là, hanno i pallini sulle A (å), figurarsi! Poi, da che mi racconta Isil, qua l’inglese lo sanno dalla culla alla casa di riposo... Immagino che discuteremo molto, dannandoci, nel confronto Italia-Svezia, e ovviamente per dirla alla Marquez si parla di una morte annunciata, mi sembra ovvio.

Mi fa compagnia un libro di fiabe popolari svedesi; molte riprendono da tradizioni antichissime e i motivi si ritrovano in tante fiabe popolari, dall’Egitto, all’Europa del sud, come per esempio quella che oggi è “Biancaneve e i sette nani” o quella che fu “Eros e Psyche”. Questo economicissimo testo fu ciò che mi piace chiamare “il primo segno di Odino”. Quando lo comprai non sapevo ancora che avrei fatto questo viaggio; mi trovavo a Roma, reduce dal concerto della fava di Dave Gahan che si esibiva insieme ai Depeche Mode, con Valetudo e la dolce sua metà in una libreria underground vicino al Corso. Poi venne la notizia delle ferie e via di seguito il resto. Mi ero ripromessa i passarlo a Valetudo prima di partire, ma non ce l’ho fatta, il lavoro abbrutisce. In realtà aspetto questo momento da 2 anni, cioè da quando Isil è partita, ma la Scandinavia era sempre too expansive per le mie tasche di studente in perenne pezza la culo, e quindi il lavoro abbrutisce ma soddisfa il “paradigma della pagnotta” (senza quattrini non si campa), scoperto dal Tanga, eterno laureando in filosofia, che dopo 10 anni di viscerale studio di Noam Chomsky (uno dei massimi linguisti del ‘900) arrivò a tale conclusione. Per di più questo era un viaggio che più volte abbiamo tentato di intraprendere con Valetudo, e infatti mi spiace non essere qui con lei ad aspettare il check-in, ma il Sommo - si sa - mette sempre ostacoli sul nostro cammino. Per fortuna noi non siamo “omini di poca fede” e insieme o in copagnia “trenseamo lo cavalcone in fila longobarda”, l’importante è farlo e senza starci a zompar sopra più di tanto. Non ho preso un cartone: se vi state chiedendo che cazzo vado dicendo bè basta vedere l’imperdibile “Brancaleone” del  figliodiputtanescamente superlativo Mario Monicelli. 

Insomma questo viaggio è così atteso che sembra impossibile esserci arrivati. E’ tutto surreale. Dato il segno che il dio del nord m’aveva mandato, volevo portare un gallo del Mugello in sacrifico - roba ruspante, mica da allevamento in batteria -, ma temevo una crisi isterica dell’hostess se avessi tentato di infilarlo nella comoda cappelliera, non mi sembrava carino; poi non credo ci sia niente di peggio di vedere un’hostess che arriccia il labbro, a pupilla contratta e che inizia a roteare la testa strillando. Va a finire che si spettina e questo va al di là anche dell’immaginario del Dario Argento più in forma. Voglio dire, la hostess non esce spettinata mai nemmeno dalla cabina di pilotaggio, anche se il capitano ha il nodo della cravatta allentato, quindi mi sembrava oltremodo oltraggioso. Con il Maître, o meglio Maîtresse de cabine è un altro paio di maniche, ma è il nome che lo dice. Quindi niente sacrificio a Odino, Oden nella lingua che parlano quei meravigliosi selvaggi. Desisto da quest’impresa e mi inventerò qualcosa al momento debito.

Intanto scopro che all’aeroporto di Firenze (so che sembra più una pista di go-cart, ma quello abbiamo) ci sono dei lavori di ristrutturazione E’ davvero un buco. Qui non c’è verso che ti perdi qualcosa, è tutto nella stessa sala. Però mi accorgo di non aver chiuso bene la valigia al check-in.. ero troppo impegnata a mascherare l’imbarazzo dei chili di troppo (miei e del bagaglio, dimmi che valigia fai e ti dirò chi sei) e avendo fatto finta di nulla l’ostessa m’ha fatto tirare un respiro di sollievo distraendomi. Ormai è troppo tardi, pace, vedremo in Svezia se c’è ancora tutto... 

Sul primo volo sono abbastanza preoccupata  dato che farò scalo a Zurigo ma non avrò tempo per raggiungere la coincidenza. Atterro alle 4.00, ma alle 4.30 ho l’altro. Voli diretti da Peretola non ne fanno più, se partivo con la Ryanair c’era da andare a monculi, quindi mi tocca fare le corse. La Maîtresse de cabine mi rassicura bionda ed alta, dicendomi che mi aspettano. Il caso vuole che sia seduta accanto a uno stoccolmese che era venuto in vacanza a Firenze con altri due amici, quindi ci facciamo coraggio e corriamo tutti insieme, nemmeno si fosse pagati. Ovviamente arrivati alla barriera metallica mi inizia a suonare tutto, colpa degli stivali, quindi mi devo aprire i 30X2 cm di zip e restare scalza e oltretutto devo sfoderare il mac... prende freddo povera stella, che iene! Chiedo un paio di pattini a quel punto, mi rispondono “Go away”... nati d’un cane! La combriccola nordica mi scorta fino al gate utile; sul nuovo aereo ci hanno diviso. Chiaramente la fama di freddezza dei nordici non mi viene assolutamente confermata. Nel nuovo aereo siedo tra un egiziano e un palestinese. L’egiziano è logorroico. Mi attacca un pippone assurdo. Il caso ha voluto che fossimo in prossimità dell’uscita di emergenza, volevo aprirla a un certo punto. Gli è andata bene perchè tutto sommato i mio spirito di autoconservazione, nonostante i tracolli all’assenzio dell’adolescenza, è ancora in piedi.

Ad Arlanda ho toccato subito con mano l’efficienza sveva, la valigia è arrivata subito con tanto di cartellino rosso “Transito breve dalla Svizzera”... e altrimenti sarei dovuta tornare tra le mucche e il cioccolato a prenderla, non mi pareva il caso. Sono orgogliosa di me stessa: solo quando riprendo il bagaglio ricordo che non lo avevo chiuso bene... sto iniziando a smetterla di farmi paranoie a vuoto, o sbaglio? Il motto d’ora in poi sarà: validi tutti i tipi di seghe tranne quelle mentali. Si invecchia, ma si diventa anche saggi!

Uscita dal terminal per i voli internazionali incappo subito nel flygbussarna che mi porterà in centro, ed anche qui un altro mattoncino del già di per sè esiguo muro pregiudiziale verso la norditudine viene giù come una pera dall’albero: chiedo informazioni per il biglietto all’autista che si sta ossigenando con la MS di rito tra una spola e l’altra; mi dice di andare tranquilla al tabacchino senza la valigia che avrebbe egli stesso badato. Detto fatto, mi ha anche guardato l’ammasso di 22 kg con ruote, incredibile... GOD SHAVES THE KUNG! Lungo i 40 min di tragitto ascolto un pò di radio e scopro che non tutte le lunghezze d’onda sono coperte. Ho già scritto un sms ad Isil, che si sta avvicinando al City Terminalen della Central Stationen, dove fa capolinea questo pullmann con l’arcobaleno disegnato sopra. 

Dal finestrino si iniziano a vedere le tipiche casette svedesi, quelle delle fiabe: nella campagna con tetti scoscesi, rosse scure con le rifiniture bianche. Poi via via palazzi. So già che questa città mi piacerà moltissimo.

Mi guardo alle spalle. Le strisce bianche sull’asfalto se ne vanno.  Il viaggio è iniziato.


Isil, come stabilito, mi ha aspettato al City Terminalen della Central stationen, dove fanno capolinea tutti bus che portano nei vari aeroporti di zona. Ce ne sono altri due, ma Arlanda è quello più inflazionato. Arriva qua anche l’Arlanda Express, un treno che costa un botto in più però. Isil è feconda di consigli in tal senso, e devo alla sua esperienza qua tutte queste agevolazioni, che tra l’altro mi permetteranno di non fare una vacanza, ma un viaggio. 

Esco dal bus ed entro nella bianca stazione, la vedo seduta su una delle tante banchine disseminate qua e là, per il comfort degli astanti, che lo svedese tipo ha come imperativo categorico ed in ogni sua accezione. Isil è lì seduta, con i suoi lunghissimi, ormai inarrestabili, capelli biondi, che la mimetizzano perfettamente tra la fauna locale, ed è evidente dalla sua radiosità che è nel suo habitat che vive adesso. Ci abbracciamo forte e sorridenti, con la gioia che sprizza da ogni poro di chi non si vede da molto, con la consapevolezza che la distanza tra persone non si misura in Km. Sgambettanti come due liceali in gita prendiamo la Tunnelbana (vale a dire il metrò, bistrot e gigolò) che però si dice tipo |tiunnelbòna|, in particolare è la linea verde che ci interessa, la più antica. Stoccolama ha 3 linee, oltre la suddetta ci sono anche la rossa e la blu, la quale a quanto pare è anche la più bella, ma in questo momento è chiusa  a tratti per dei lavori in corso. Sembrano poche forse le linee per una capitale, ma si diramano efficaci come un piovra e poi vanno considerati gli altrettanto veloci autobus, tram e treni locali, dato che anche i mezzi privati su strada quando son tanti sono 5 in croce... e per gli indigeni sono code... venghino signori, venghino nel Bel Paese, e la smetterete di usare eufemismi! 

Con la verde raggiungiamo Alvik, e da lì con un autobus raggiungiamo l’Ulvsunda Slott, il castello di Ulvsunda, nei pressi del quale vive Isil. La casetta che ha affittato da una coppia tirchissima di vecchietti (Bengt ed Eva), è un tipico edificio del dopoguerra, in eternit: niente paura, qua addirittura gli edifici costruiti con questo materiale sono considerai partrimonio artistico e non possono essere smontati; a quanto pare non sussistono pericoli perchè il trattamento della materia prima e il suo assemblaggio son stati fatti a regola d’arte... figuramoci se gli svedesi declamano patrimonio artistico qualcosa fatto al di là delle regole o pericoloso?! Nella terra dove i ciclisti vengon fermati dagli sbirri se non portano il casco e costretti a fare 10 flessioni per punizione, mica si scherza!

Oltre il rivestimento in eternitt grigio e un aspetto da casetta delle bambole dal di fuori si nota un raffinato giardino tirato a lucido. Non ricordavo doti di giardiniera particolari in Isil, che è sempre pronta a stupirmi.. niente illusioni, sono i due vegliardi dalla mano corta che ogni 2 giorni vengono a falciare l’erba e a curare le rose.... sul retro ci sono anche un melo e una fontanella, non manca proprio nulla. ed inoltre c’è anche l’allarme... sicuramente i coniugi nasconderanno un tesoro in soffitta... Quest’ipotesi viene  tosto sconffessata: salendo le scale a chiocciola si sale nel primo piano a tetto ed è occupato dalle nostre stanze e da un bagnetto... ma il piano terra si rivela oltre le aspettative, è lì sicuramente che va cercato il tesoro di Benben ed Eva: superato il disimpegno dotato del rigoroso spazio appendi-abiti e porta-scarpe che in ogni casa svedese si trova accanto alla porta  dato che negli interni si sta scalzi (anche quando vai a cena da qualcuno, via le scarpe, quindi occhio e oltre a farvi un bidè in Svezia lavatevi anche sempre i piedi prima di uscire, non si sa mai), troviamo un altro bagno e dal lato opposto la cucina, piena di bizzarri aggeggi, quali un apriscatole attaccato al muro; ho avuto pietà ad usarlo perchè temevo di far venir giù la a parete, o per lo meno di disincrostare l’intonaco, dato che con questi oggetti non me la dico un gran che. Sia dal disimpegno che dalla cucina si può raggiungere la sala del trono: un ambiente sdoppiato in sala da pranzo e soggiorno in cui c’è una tv. Il posto è fortemente inquietante: in pieno stile vittoriano, si autoelegge teatro di sedute spiritiche, suicidi di massa, partite di bridge e tombola, supervisionate con dovizia di zelo dalla coppia di over 65. Un altra porta si affaccia sulla cucina, è lo studio di BenbenheshotsmedownBenben, inaccessibile, quella porta non deve mai essere aperta, neanche dal riscontro. Chiaramente va da sè che mangiamo molto vicini a ciò che sospettiamo gli affittuari custodiscano.

Impiego un’infinità a disfare la valigia... è inutile, non imparerò mai a fare i bagagli intelligenti, che poi cosa voglia dire me lo devon spiegare: uno porta ciò che gli sembra indispensabile aver con sè... se io ho 350 personalità e ognuna deve vestirsi, anche solo di mutande ci vuole un cargo, o no?!

Fortuna che ho con me le Fiabe popolari svedesi, c’azzeccano come la pommarò sulla penna rigata (rigata mi raccomando, sennò er sugo nun c’azzecca); le novelle prima di dormire, un lusso che non mi prendevo da 22 anni, quando la SIP aveva il numero per “Le favole della Buonanotte”... qualcuno se lo ricorda ancora? Il mio segnalibro è diventato un gettone d’ottone con una riga su una faccia e due dall’altra; e improvvisamente ho avuto voglia di fare un numero girando i fori nella rotella e parlando in una “cornetta” vera, di quelle grigie che anche le corna dei vichinghi gli legano e scarpe.


Before Going, day -1: 07/26/'09

Sapere che nel XII sec. Olof Rudbeck scoprì il sistema linfatico, che 500 anni dopo la Regina Cristina causò la morte di Cartesio - invitandolo insistentemente a corte - per il rigido clima, che nel ‘700 Carlo Linneo si sprecò in botanico onanismo dandoci la tassonomica odierna (tanto per intendersi è grazie a lui che i bachi che abbiamo addosso si chiamano Escherichia coli etc e non xyz123), che qui si celebrano Nobel e Vichinghi, che si vedono millanta babbi (tutti giovani e indecentemente fichi, come le mamme del resto) a spingere orgogliosi passeggini con marmocchi indemoniati al seguito, vedere che una svedese-tipo sarebbe una “spregiudicata” in Italia, ma soprattutto - don’t panic - che il cibo preferito del famigerato orso bruno sono i mirtilli, rende la partenza tanto agognata quanto temuta: mi dirigo verso una terra che più che libera è “avanti”, il problema sarà tornare quindi... 

Ho fatto la valigia con la riverenza e l’emozione di chi non la fa da molto, anzi da troppo tempo, e come al solito in questo turbinio di elettroni son riuscita a farla pesissima... ma come faccio a lasciare il trench? Chi andrà a fare il maniaco sessuale nei numerosissimi parchi giochi che spuntano ogni 3 x 2 nella capitale svedese? Sarebbe uno spreco... D’altronde questo era l’intento quando lo comprai da ”fu Cicco” e Valetudo come Eule mi son testimoni. Stanno andando in onda moto-Gp e mondiali di nuoto... Per ora sappiamo che Valentino è caduto, ma come suo solito sta di nuovo sverniciando gli avversari, guadagnandosi la VI posizione.... Federica Pellegrini si sta drogando in attesa di disputare i 400 SL, la sua bestia nera, e tra qualche giorno sarà impegnata nella sua gara, i 200 SL, mentre domani Alessia Filippi si macinerà 30 vasche... A parte il fatto che sarei curiosa di conoscere l’opinione di un tossicologo, ma quando questa vacanza sarà terminata ci saremo lasciati alle spalle da diverso tempo i mondiali romani delle discipline acquatiche... dire del nuoto e basta è riduttivo, sennò le prove d’Ercole della pallanuoto o le armonie della nuoto sincronizzato o le sfide alla gravità dei tuffi che fine fanno? In ogni modo quella che sto per vedere è una città d’acqua... Stoccolma è dislocata su una decina di isole, che la fanno essere policentrica ed estesa, contaminata da aree verdi; se si considerano anche i mezzi pubblici (autobus, tram, metro e treni locali) uniti alla puntualità nordica credo che lassù della macchina si possa fare ampiamente a meno.


venerdì 14 agosto 2009

Fotografi impertinenti

E Pape ha fatto la sua: lavora sull'ambulanza 366 gg l'anno, 25 re al giorno, praticamente è il 1.1.8., c'è da capirlo se dopo 2 ore e mezzo di massaggio, snobbate dalla vittima che ha deciso di salutare la curva ugualmente, s'è fumato un cicchello seduto sul carro da morto che stava per accogliere la salma... E fin qui... un fotografo di un quotidiano locale lo ha però immortalato, in tal svaccata posa, senza peraltro chiedegli niente, e poi mi vengono a parlare della privacy!!! Quando fa comodo loro è un conto... E poi sul carro mica c'era scritto VIETATO FUMARE!!!

PS Sto lavorando al Taccuino Stockholmese... ma non posso fare la rima perchè mi ci vorrà ben più di un mese... quel paese è vulcanico, senza vulcani, è un miracolo vikingo all'aneto.

sabato 25 luglio 2009

Sverige

E così il capo, che poi era una capa (tanta), mi disse: "Ti si dà le ferie". Incredula cominciai a pensare dove poter andarmi a cacciare e l'univoca risposta di cui i miei neuroni crocifissi furono capaci fu: Da Isil, a Stoccolma. Stavo per scriverle, ma lei - primatista della tastiera - mi aveva brciato sul tempo e lo aveva già fatto, per dirmi che aveva traslocato e che adesso, nel caso andassi, mi avrebbe anche ospitato. Tutto troppo prerfetto, dove sta la magagna? Che è una terra di strafighe bionde con gli occhi azzurri... Ma voi lo sapete tutti vero che anche io ho questa cromaticità nei geni, che impedisco con tinte e lenti colorate di fenotippizzarsi???!!! Intesi quindi, e guai a chi non mi regge il gioco!
Era un mese fa, ormai ci siamo, tra meno di 48 ore salirò sull'aereo che mi porterà in quella terra di fiabe che sicuramente me ne riserverà diverse e che vi riporterò.

sabato 20 giugno 2009

47000 Ignorati

Ai giornalisti sapientoni delle tirature nazionali non importava se eravamo 47000 a riempire ciò che il palco lasciava libero dell’olimpico, il 16 giugno scorso, dato che dell’evento si trovano trafiletti striminziti sulle cronache locali. A tenere a bada tribune e prato di fan indiavolati i Depeche Mode. Tiè, alla facciaccia loro, lo spettacolo è andato alla grande. In 3 le T4ever presenti all’evento più scorta di altre metà dei cieli, chi favorente conforevole camping nel prato in attesa delle note elottroniche, chi dispensatore di suggerimenti per la compilazion della settimana enigmatica, sport che in estate torna sempre in auge, classico intramontabile. Certo il gravare del kilo e mezzo di fava di Dave Gahan, che un mese fa l’ha costretto a un intervento, ha lasciato i suoi segni, ma senza intaccare il Personal Jesus che ha dimostrato ancora di essere per tutti. Peccato per la Gibson poco amplificata di Martin Gore, che - come ha chiosato Valetudo - sicuramente non si sarebbe perso nel bosco: indossava un completo a specchio, che sicuramente lo ha reso visibile anche ai satelliti. L’apertura con In Chains- Wrong dall’ultimo album ha visto Eule vincitrice del toto-inizio. Hanno iniziato prima, la gente s’è scapicollata per arrivare. Le acrobazie col microfono, asta inclusa, consacrano Dave come cannibale del palco. Si nutre della folla. Eccessivo, una belva, paragonabile solo al Jagger dei tempi migliori. Non ce n’è per nessuno.
Il comune di Roma non aveva organizzato un cazzo di navette, ciò faceva assaltare i taxi, per i quali mezz’ore al telefono precedevano l’arrivo delle agognate 4 ruote. A noi è toccato quello di un primatista del traffico, che si lamentava del mezzo “‘sta machina è n’pormone”, troppo lento alla sua visione maranelliana: a me erano venuti gli occhi a mandorla, parevo un ritratto futurista, al che è sopraggiunta una strizza notevole quando mi ha informato che l’autovettura era di un collega perchè la sua era stata distrutta in un incidente. Ma quando? Ma quendo te l’ho chiesto!? E perchè non se le tengono per sè queste notizie, ne faccio anche a meno!
Ma i Depeche Mode come avranno fatto a uscire da quel casino? Elicotteri a verricellarli non se ne son visti.
Un messaggio per il sindaco: Alemà e bbasta co ‘sti cani e controlli fora de li cangelli che te mettono anzia e te tocca fumà tutto de dentro; a li mortà! Invece c’hai fatto uscì co’ l‘occhi crittati de sangue, poi te credo che tornamo ‘n taxi: se pure c’avevamo ‘a machina cor cazzo ce potevamo mette a guidà!