martedì 1 settembre 2009

Cera d’Api

Ero incazzata nera con la zoccola dell’estetista, dato che dopo 3 settimane potevano di nuovo dimostrare la mia discendenza dall’orango, e normalmente ne impiego 5; è noto, chi lascia la vecchia strada per la nuova sa cosa lascia ma non sa cosa trova ed ecco come mi ero ritrovata io a cambiare estetista.
Punto primo voleva agganciarti un sacco di programmi drenanti-dimagranti-rassodanti e questo è controproducente al massimo: quando andiamo dall’estetista o dal parrucchiere abbiamo bisogno di essere rassicurate, e di sentirci leggere e belle come Eva Herzigova, perchè siamo in cerca di coccole e non di sguardi critici, che ti fanno notare quello che già sai; per intendersi meglio: bella mai se parli a me di cellulite è come parlare di corda in casa dell’impiccato.
Punto secondo mi ha preso tutti dati per mandarmi tutti i programmi delle promozioni, che si verificano - mi spiegava stridula - soprattutto a natale; praticamente avrei dovuto spenderci stipendi su stipendi per avere 2 o 3 trattamenti gratis.
Punto terzo mi depila con la famigerata cera al titanio, di ultima generazione, anzi di generazione futura, a detta sua (in realtà già l’avevo provata a Parigi nel 2002, ma solo per le zone delicate, potta e culo come direbbero gli amici del vernacoliere); per carità, delicata è delicata e lo strappo scivola via agile, il problema è che il pelo, galvanizzato da tale soavità si ringalluzzisce in tutto il suo vigore e così a suo agio si riproduce più folto e più rapido; il pelo ha bisogno della forza bruta per essere eradicato, e chi vi parla ha rotto un silk-épil.... La stronza aveva pure messo le mani avanti: “se prendi il sole ti cresceranno più in fretta perchè attivi la vitamina E che stimola tutto ciò che contiene cheratina, unghie, capelli, peli...” Guarda caso le unghie son diventate retrattili e per farmi crescere i capelli ci devo appendere dei piombini, gli unici a crescere inesorabili sono stati gli steli nelle gambe.
Proprio mentre a lavoro condividevo con le mie colleghe tali estetistiche sventure se ne esce fuori Sandra, OSS infaticabile, che esclama: “ E che problema c’è?! Te li faccio io!” Quindi oltre che OSS infaticabile m tocca aggiungere che è un tutto fare. Detto fatto, due giorni dopo suono alla sua porta. Mi viene incontro Willy, lo York Shire tutto guaiti e scodinzolii; si emoziona facilmente e inizia a spiaciacchiare qua e là, nello slancio salta a anche sul divano, marchiandolo di felicità, aggiudicandosi l’ira della padrona. L’adattamento della casa a studio-estetico non mi dispiace ed offre i suoi vantaggi: non ci sono clienti a battere i piedi o a sfogliare impazienti giornali dalla dubbia tiratura, quindi c’è tempo per una sigaretta e per un caffè, tutto con calma e le chiacchiere sono autentiche e non pettegolezzi di convenienza che ci si trova a scambiare con quelle con la cera al titanio; Sandra si avvale dell’aiuto delle amiche api ed usa una cera al miele. Mi sistema sotto la ventola, sul tavolo di cucina coperto da un asciugamano. Lo strappo è deciso, ottimo; scopro che l’estetista era stato il suo primo lavoro, il trucco c’era!
In posizione ginecologica vengo privata del cappottino inguinale, mi scuso per il cospetto imbarazzante, ma Sandra, materna, mi rassicura: “Con tutte quelle vecchie che vedo finalmente una giovane!”.
Sull’interno coscia suona il campanello. Sandra svelta mi butta un accappatoio addosso, chissà da dove e come lo ha preso, e mi nasconde in terrazza: era il cognato che aveva bisogno di lavorare al pc, anche lui per sicurezza si tappa gli occhi e passa dicendo “NON VEDO NULLA - NON VEDO NULLA - NON VEDO NULLA”. Sandra approfitta dell’interruzione per una pausa sigaretta, Willy per fortuna non piscia più, in compenso zompa intorno al mio altare.
Ho le gambe lisce come il culo di un bambino, dubito di risentire l’odore della cera al miele prima di 4 settimane.

uomini che odiano le Donne

Mariuccia ha il morbo di Parkinson e due occhi grandi e celesti grandi così che ti guardano a volte vuoti, ma a volte addirittura terrorizzati, anche se le stai solo cambiando il lenzuolo. Non capivamo perchè; lei non ha molta voglia di parlare, diciamo così, e non te lo dice, ed è bravissima a non farti capire le cose se non lo vuole, sa diventare una maschera amimica.
Infine un giorno ci siamo accorti perchè fosse così sulla difensiva. Il marito, che la stava imboccando le urlava imprecando contro, dato che non voleva mangiare; lei allora si che serrava la bocca; lui le diceva che allora voleva lasciarlo, mentre le sbatteva il cucchiaio sui denti in trisma inesorabile. E’ ovvio che le scelte dello chef o la qualità e il gusto delle pietanze non c’entrassero con quel rifiuto e ciò è diventato ancor più palese quando le ha mollato una sberla colossale e rabbiosa. La testimone era di spalle, s’è girata, lui fermo; lo ha invitato a desistere; poi ha lasciato la stanza, ma lo teneva d’occhio dallo spiraglio della porta; non appena fuori, lui ha ricominciato e giù altre botte. Allora è tornata indietro irrompendo nella camera, chiamando anche una collega. Abbiamo anche la testimonianza della badante: quando rientra dal giorno libero la ritrova sempre con qualche livido; una volta fu ricoverata al pronto con il collo rosso e un’idrocefalite, chi sa fare 2 + 2 azzardi pure efferate conclusioni... E ora arriva il bello: la cretina della mia collega non ha riportato nulla in consegna, io non posso farlo “per sentito dire”, davanti a un giudice non varrebbe nulla; noi siamo l’unico aggancio per quella donna. Perchè - mi chiedo - c’è questo atteggiamento omertoso? Diventiamo carnefici anche noi.
Per ora gli abbiamo impedito di imboccarla, e fiche sarà da noi ok, ma poi? E tutto quello che deve aver passato prima? No, non stiamo facendo per niente un buon lavoro.
E poi mi dicono di non bestemmiare.

Rinnegata Appagata

“Madri di biciclette” è il titolo di un bel libriccino di Massimo Fagioli, che le T4ever mi hanno regalato per i “trentunanno” (esce per Società Editrice Fiorentina). E’ stato graditissimo visto che, come si immaginavano a buon diritto donandomelo, mi ci rivedo molto, per esempio quando parla di Firenze:

“... “Ma quanti comitati ci sono in questa città?
“Facile. Uno a favore, uno contrario e uno possibilista. Per ogni questione all’ordine del giorno. Fai il conto tu! L’apoteosi dell’associazionismo nella capitale dell’individualiismo. Chi ci capisce, è bravo!” ...”

La location ad onor del vero non è mai specificata, ma chi fiorentino è lo sa che è della sua città che si tratta. Questa mi pare una sintesi magistrale dell’aria che tira nel capoluogo toscano, vedasi per la tramvia il vespaio che i fiorentini son riusciti a tirare su.... siamo ancora a discutere del proto-metrò e io che speravo che mettessero i missili, o che ci sparassero sul luogo di lavoro con il propulsore che nei circhi usano per la donna cannone (in sottofondo De Gregori, naturalmente!).
Il buon Massimo ne ha anche per gli automobilisti, e da ciclista non posso che essere sensibile a ciò (è Asfalto, leader del movimento a pedale, che parla):

“... Ma noi vogliamo arrivare alla gente è, all’automobilista bloccato nel traffico, vittima e corresponsabile del suo stato di incazzatura e frustrazione. Dipendente da un potente motore che farebbe pure i 200 ma poi non regge il minimo e si spegne quando sei in fila sulla rampa d’uscita di un sottopassaggio, e intanto stai inquinando l’aria che i tuoi figli respirano e pure spendendo fior di quattrini [...] Ma pensate che la gente sa stupida? [...] E vi sbagliate, è solo male educata e peggio abituata ....”

Poi entra in scena Alvaro, che se n’è andato dai crucchi, e qui si ritorna sul mio volermi mimetizzare di cui qualche post fa e sulla facilità di vivere altrove:

“... Evitò i connazionali e le varie trattorie Bella Napoli, scegliendo di condurre vita da tedesco, “il rinnegato”, lo chiamavano i pizzaioli della zona, vedendolo tirare di lungo, senza affacciarsi una sola volta nel locale, “che qua pijamme pure ‘a Rai!”.
Solo dopo molti anni riconsiderò l’idea di tornare in Italia, ma la decisione fu sofferta, e tutt’altro che facile: se a Hannover gli mancava l’Italietta disperata ma tanto cinematografica, nelle periodiche rimpatriate bastava il primo intoppo, il primo autobus strapieno come un carro bestiame in ritardo di mezz’ora, o la cabina telefonica maleodorante di orina e la cornetta strappata perchè già rimpiangesse la Germania, ordinata, efficiente, appagata. Quando fece il grande passo, e si decise a tornare, operando una faticosa operazione psicologica di annullamento e rimozione di tutta quell’esperienza, c’era una cosa di cui non volle dimenticarsi: la vivibilità di una città profondamente ed estensivamente percorribile in bici. La sostenibilità di una città pedalabile. Il semplice che da noi è difficile a farsi. Industrioso...”

Fermerei l’attenzione sulla parola “appagata”: è appagata si la Germania, e così la Svezia: sono rilassati e tranquilli, lo dico per aver toccato con mano, ripeto; se tutto intorno ti gira nel modo giusto è ovvio che non parti incazzato come una iena appena ti svegli, non occorre che ti metta un’armatura pesa un quintale per affrontare la giornata e soprattutto non devi sprecare le energie a vuoto in gatte da pelare che in realtà sono fuffa. E così la questione della gente male educata e peggio abituata: quante volte non prendo la pista ciclabile perchè anche se c’è è invasa da coglion-pedoni? E questo è solo un piccolo esempio... A risentirci alla prossima polemica, su questi schermi naturalmente: Stay connected!!!

mercoledì 26 agosto 2009

The End

Son toranta, con gli ori in tasca della Pellegrini e della Filippi, torno nel profondo sud, sweet home Tuscany... senza aver trovato un ortolano che mi vendesse dei mirtilli per gli orsi... fortuna che il check-in a loro non lo fanno...

Day 13: 08/08/'09

Le contraddizioni non mancano anche qui, ma è facile vivere in Svezia. Questa è la conclusione a cui giungo sul Flygbussarna che mi riporta ad Arlanda. Guardo dal finestrino, ho un nodo in gola, so che tornerò, ma per adesso voglio riempirmi gli occhi e il cuore di tutte le immagini di Stoccolma che posso raccogliere, anche di quelle della zona industriale, da cui passiamo per raggiungere l’aeroporto. Ho salutato Isil dove ci siamo incontrate quando arrivai, con lo stesso abbraccio, abbiamo chiuso il cerchio. Prendiamo il caffè al bar dei saluti, al City Terminalen dove viene a salutare chiunque passi a trovarla. E’ troppo doloroso pensare a questo adesso, mi lascerò riempire gli occhi dal cielo di Svezia.

Parte della mia missione di mimetizzarmi è riuscita: viaggio con una maglietta di Berlino, sono in fila per il check in che qui puoi fare molte ore prima e di fatto sei tra persone che al 90% non saranno sul tuo volo. Scambiamo due parole con gli astanti; un passeggero austriaco mi chiede se non sia tedesca. 



Day 12: 08/07/'09

E così siamo arrivati all’ultimo giorno, domani parto. Oggi ho una bella scarpinata da fare.

In questi giorni escono le dichiarazioni dei redditi delle donne più ricche di Stoccolma. L’anno passato da noi ci fu un così gran putiferio su questa questione. Qui non hanno nulla da nascondere, ma è un fatto di mentalità; e ora fatemi fare un pò di antropologia abitativa: fateci caso, da noi le persiane stanno parecchio accostate, chi è fuori non deve impicciarsi; qui son tutti vetri e se magari sali le scale a culo di fuori te lo vedranno, ammesso che te lo guardino: hanno di meglio da fare che stare li a fissarti morbosi le chiappe! Sicuramente c’entrerà anche il clima, qui si ricerca la luce, il calore, da noi, d’estate soprattutto si rifuggono, ma è una forma mentis, altrimenti, sulla trasparenza sempre, non si spiega come, pochi anni fa una parlamentare che fu beccata a parlare con un giornalista al di là degli spazi e dei tempi consoni, per solo questo fatto si dimise. Da noi il premier va a mangiare con i giudici e dice che i giornalisti non si devono schierare: e questo è un appello a loro, è esattamente quello che dovete fare, l’opinione pubblica altrimenti come fa, poi è scontato che vinca quel nato d’un cane, e poi vergogna  a lasciarmi Marco Travaglio sempre solo!

Prendiamo la tunnelbana e intercettiamo il giornaletto “Metro” da cui ritualmente  ormai leggiamo l’oroscopo. Isil scende a Rådmansgatan per andare dritta da Martina. Io torno in Gamla Stan, dove c’è la libreria dell’Istituto Svedese; ci trovo il libro di Selma Lagerlöf sul prete spretato, in italiano; ho finito le mie saghe (che così potrò finalmente passare a Valetudo). Faccio un giro da Ålens, un grande magazzino classico, mai lasciare Stoccolma senza averci fatto un salto prima. Soprattutto non posso partire senza tornare al Central Badet. Voglio tornare con lo schiaffo morale di un’abbronzatura, contro i luoghi comuni. Mi mancherà la sauna! Prima però urgo di uno spuntino; scelgo la Kulturhuset come mia meta: ha il caffè ai piani alti e la struttura in vetro e ferro offre un’ottima visuale, mi pregusto già panorama e caffè scrivendo sul mio mac, ma il sorriso mi si spezza sul viso appena mi rendo conto che tutti i posti sono occupati; ma dovevano venire tutti qui oggi? L’idea in realtà era di venirci con Rosalba, per salutarla, ma non può perchè stasera farà la notte... una scusa per tornare: come si fa a partire senza salutare Rosalba? Mi tocca farmi uno smörgås, un panino scoperchiato, al bar del Central Badet, sennò in sauna ci collasso.

Soprattutto oggi è il tempo per l’ultima fika... scelgo ciò che ha detta di Isil è il posto dove si mangia la miglior Hallon paj di Stoccolma, sarò costretta a confermare. E’ il Café Birger, giusto dietro Odenplan, questo mi fa essere vicinissima a Martina, potrò sfruttare fino all’ultimo minuto. Ci sono i tavolini fuori. Il cielo è terso e anche se ci vuole la giacca, mi accomodo fuori e mi godo il tepore. Scrivo e leggo. Questa si che è vita! Tuttavia 20 minuti mi sembrano eccessivi per l’attesa, soprattutto dopo che continuo a veder servir tutti e che la capa si fuma pure una sigaretta, così le chiedo che fine abbia fatto la mia torta. Lei cambia espressione, è mortificata, si scusa; viene immediatamente con la Hallon, la salsa di vaniglia e un’aranciata che io non avevo chiesto, ma che mi offre lei per scusarsi; quante volte pensate vi sarebbe successo in Italia??? E’ davvero la Hallonpaj più buona di Stoccolma; purtroppo mi scordo di visitare la toilette, nonostante le raccomandazioni di Isil... l’unica volta che non mi scappa! Lo prendo come un altro segno di Odino: devo tornare qui. Anche per visitare Skansen del resto e per fare milioni di altre cose, chi più ne ha più ne metta!

Raggiungo Isil al negozio. Stasera mi aspetta con Valerio, l’amico genovese vittima della sindrome di Stoccolma pure lui, cui auguro con tutto cuore di farcela a trasferirsi. Lui sostiene che con il mestiere che faccio dovrei annullare il rientro.. pure lui ci si mette ora  a schiantarmi pulci nelle orecchie!!!

In onore alla mia ultima sera e alla sua prima ceniamo in un ristorante svedese, salmone è la nostra scelta. Al cuoco purtroppo è caduto un pò troppo sale... questo ci costringe a bere una volta usciti; la meta è sempre lei, Söder l’incontrastata, senza tralasciare il panorama di Montelius, da cui dò il mio saluto ufficiale alla città. La sete incombe, cerchiamo un pub, Götgatan fa al caso nostro; voglio assaggiare il sidro, che penso essere semplice succo di mela. Quando ne ho trangugiato un buon 95%, sentendomi avvampare come arsa su un rogo e sentendo che ormai i freni inibitori hanno salutato la curva, chiedo ingenua e spavalda:”Ma c’è l’alcool qui dentro?” Isil manca poco soffoca dalle risa e anche Valerio è molto divertito. In quelle condizioni, raccolta la serata, torniamo verso la casa dove una valigia spalancata mi aspetta.


Day 11:08/06/'09

Il livello delle mie occhiaie comincia ad essere difficile e critico anche per il restauratore più preparato. Ma ho un sorriso ebete stampato in faccia. Sono febbricitante, ho un obiettivo e non si tratta di perdere peso, cosa voglio di più dalla vita? 

Restringendo il tempo  e il campo d’azione oggi il mio obiettivo è il Vasamuseet, il museo più visitato di Svezia; si tratta dell’esibizione del vascello lungo 69 m ed alto 48, che partì per il suo viaggio inaugurale il 10 agosto 1628, orgoglio della corona svedese, con un equipaggio di ben 100 uomini. Pochi minuti dopo aver salpato si ribaltò e inabissò, più o meno all’altezza dell’attuale museo, al cui esterno svettano gli alberi della nave che riproducono quale ne fosse l’altezza reale. E’ impressionante. Negli anni ‘60 l’imbarcazione è stata tolta agli abissi e ha rivisto la luce nel 95% della sua mole, che è stata mantenuta. Era decorata con coloratissime statue di legno che ora sono sbiadite. Il bestione è veramente suggestivo, perchè - colori a parte - si può dire sia stato recuperato nella sua interezza. Appena si entra si è sovrastati. Ci sono più livelli da cui ammirarlo e vengono illustrate sia la storia che le fasi di recupero. Alcune cere tentano di riprodurre i volti degli sventurati a bordo e molti oggetti ricostruiscono la vita dei marinai del ‘600. 

Devo fare i conti con il fatto che il museo è popolarissimo e che è periodo di vacanze;  é invaso da orde di turisti, che onestamente mi guastano la visita. L’apice viene toccato quando sento una mamma romana strillare: “Ah Ggià, ‘ndò sta ‘r piccoletto???” 

Ma vattene a morì ammazzata! Anvedi sta bborgatara! E’ la scritta che appare in sovraimpressione nelle mie meningi... dove ho lasciato le mie cuffiette??? Poi non mi biasimate se quando sento parlare italiano o vedo uno zaino invikta mi fingo di un altro paese... Non sopporto tutta ‘sta caciara e penso che sia all’origine di buona parte della disfatta del paese che accolse fior di geni ed artisti. Non siamo più nel rinascimento e di questi tempi non trovo vanto nel professarmi italiana, in particolare dal 1994. Oltretutto siamo anche in balia dei massoni. E non mi dilungo oltre, è della Svezia che voglio parlare ora. 

Faccio una passata prima di raggiungere Isil, con cui a razzo ci catapultiamo nel nostro amato Söder, a Sofo, nel parco di Vitabergen dietro santa Sofia, dove stasera si esibiranno i Cirqus Alphon. Non ci sono le acrobazie di Circus Cirkör, qui si fa musica. L’anfiteatro di legno e pietra è gremito, non troviamo un posto neanche a pagarlo oro. decidiamo di sederci sui gradini da cui una visuale, anche se di sbieco, si ottiene, fino a quando due pesti ci piantano il culetto in faccia e ci fanno assistere allo spettacolo come se si ascoltasse alla radio. Esperienza sicuramente alternativa, ma di cui avremmo fatto volentieri a meno. Depresse ci avventiamo sul cibo, questa volta preparato in lauta quantità da Isil, cuoca provetta, pure le tortine di lampone ci stanno, disgraziata! Mancano giusto i supplì. Le maiale ci ottundono la visione, la madre se ne frega; vi sembrerà esagerato che parli così di bimbe di 8 anni, ma essendo aristotelica fin nel midollo intuisco l’atto di ciò che ora si palesa solo in potenza. Ci lasciano tregua solo per un attimo, quando - infreddolite - cercano qualcosa con cui coprirsi; i nostri beniamini, in capigliature e baffi anni ’80, terribili e gagliardi, lanciano bucce di banana sul pubblico, si cimentano in cover rivisitate e con inaspettate prestanze ginniche ci fanno discretamente scompisciare dalle risate. Non riesco a descriverveli, dovreste vederli. 

Ci tratteniamo anche dopo la fine dello spettacolo, finalmente guadagnando uno spalto... non è da tutti vedere da qui almeno i titoli di coda. Gli eterni banchini di queste occasioni con korv e liquirizie aromatizzano l’aria e poi sbuca da un cespuglio quello che io amo definire un nobel postumo: ingolfato nei suoi abiti neri, col suo cappotto svolazzante ma non troppo, la calvizie incombente sopra un misero codino e barba si aggira con aria greve da grande incompreso per eventi mondani, sempre defilato, sempre alla ricerca della maniera di dare meno nell’occhio. Ci accorgeremo di lui solo quando sarà irrimediabilmente troppo tardi. Ricordatevi di questo quando accorrerete in libreria per accaparrarvi una copia dell’opera del misterioso genio svedese prematuramente scomparso...

Per uscire dal parco ci imbattiamo in una casetta alle cui finestre si affacciano pupazzi di gufi e civette che tanto piacerebbero ad Eule e Liz, subito scatto una foto pensando a loro.

Decidiamo di prendercela comoda e di ammirare il panorama da Katarinavägen, un contro belvedere a Montelius, precisamente dall’altra parte di Söder, se come spartiacque si prende Slussen. Da qui siamo più vicini a Djurgården, quindi al Vasa e a Junibacken. Si ha l’esatta percezione dello snodarsi a piovra della città fra gli spazi verdi. L’idillio è interrotto da un pazzo che si avvicina farneticando in un inglese molto impastato; è moldavo, dice di odiare gli italiani, ci aggredisce verbalmente; si avvicina decisamente troppo, provocatorio e fuori di sè; siamo spaventate, cerchiamo passanti a cui attaccarci e troviamo una coppia; le ire del midriatico (che subito mi fanno pensare a cocaina) si scagliano anche contro di loro. La frase che più ripete è “I hate you”, urlando. La donna, un bestione biondo e a questo punto molto incazzato, gli urla di tacere, il suo uomo interverrà solo dopo. Questo lo spinge verso l’altra parte della strada, da un’altra coppia di ml capitati, acceleriamo il passo cercando di guadagnarci la fermata della metro; stranissimo, ma non vediamo in questa folle corsa una volante della polizia che sia una, intanto il ragazzo della biondona chiama il 112, ma il pazzo strafatto fa in tempo a riattaccarci. Per fortuna qualcosa lo distrae e riusciamo a dileguarci. Chissà a quanti altri romperà i coglioni; avrà fortuna finchè non troverà un gruppo di neo nazisti in serata buona o finchè lo spacciatore gli rifornirà dosi tagliate adeguatamente, ma questo in genere è un gioco che non dura per sempre. Ma guarda te se uno stronzo del genere ci ha dovuto rovinar il panorama da cartolina... ‘Fanculo ai paradossi e alle contraddizioni di questo mondo cane, chissà come mai un mal comune e trasversale è che quando la polizia ti serve davvero non arriva mai, quando ti deve fare una multa però è una primatista. Per due bocconi di korv in un autobus notturno i gendarmi sono accorsi subito, quando invece 4 persone rischiano davvero, non hanno avuto il garbo di presentarsi; chi me lo dice infatti a me che quello stronzo testa di cazzo non avesse un serramanico o una pistola in tasca, mica l’ho perquisito??? Minchia che incazzatura. Si deve iniziare a girare con una bomba a mano in tasca? Mica per altro, mi rovina la linea del pantalone sul fianco, già rinforzato di suo.

E anche stasera raggiungo il bordo del letto inquieta. Per fortuna ho le mie saghe della buona notte. Il mondo è un postaccio, perchè abitato dagli uomini che raramente tendono alla furbizia e all’intelligenza, troppa grazia sant’antò! Gli svedesi d’altronde non possono riparare a tutto.

La questione dell’immigrazione poi apre ad esacerbanti riflessioni; la Svezia ha sempre spalancato le porte a tutti, così ci sono adesso molti irakeni scappati a gambe levate dalla guerra. Nella città di Malmö, a sud, sono una comunità molto forte, anzi sono la vera e propria maggioranza dei cittadini, e si nota un cambio nei costumi della gente: la piscina comunale dava la possibilità, alle donne che lo volessero, di nuotare in topless: non se ne vede una. Pensiamo che sia il prezzo del cosmopolitismo, ma non ci torna fino in fondo, così come se a una ragazza musulmana piace uno svedese che non è colui che le è stato destinato dal matrimonio combinato dalle famiglie o va in giro vestita alla occidentale e per questo viene percossa. Essendo la maggioranza in quella città potrebbero istituire l’obbligo di portare il velo, ipoteticamente, anche se la legge svedese non lo permetterebbe immagino. Concludiamo che la religione dovrebbe rimanere un fatto intimo, non interferire con la vita pubblica, ma quando uno la pratica in maniera radicale credo sia difficile resti in certe sfere personali. C’è un altro aspetto da considerare: loro non vengono qua perchè vogliono vivere in Svezia, ma perchè fuggono da una guerra o cercano un lavoro; è logico che facciano comunità molto chiuse e non abbaino la benchè minima voglia di integrarsi veramente.

Ma prima di andare a letto decidiamo di distrarci con un pò di TV, entrambe ne abbiamo bisogno; la scatola con tubo catodico, è alloggiata nel salotto vittoriano; le poltrone rispetto ad essa son disposte così male che tocca fare come alla casa del popolo e portare due seggiolacce di cucina davanti alla tele (se lo sapessero Bengt ed Eva!!!). Iniziamo a cercare di accenderla e parte anche il satellite; Intercettiamo canali mediorientali, russi e italiani, tra cui tre reti commerciali milanesi dove cercano di appiopparti pacchianate che hanno il coraggio di chiamar gioielli e attenzione attenzione TelePadrePio; ci colpisce il logo, che ritrae il santo stilizzato di profilo... è sinistro a bestia. La tv svedese invece ha due canali statali senza, ripeto SENZA pubblicità; gli stacchi tra una trasmissione e l‘altra rimandano alla programmazione di lì a venire; per il 90%  si tratta di notiziari e documentari; a parte quelli sulla natura, condotti settimanalmente da un Alberto Angela fichissimo, ce ne sono molti a carattere di attualità; una sera, in prima serata Isl ne beccò uno sul metal, sui Gorgoroth, in particolare. E’ uno di quei gruppi che per mia madre si limitano a fare i rutti nel microfono. Ve lo immaginate su raiuno un documentario in prima serata sui Gorgoroth? Ma anche sui Metallica? Andiamo, sembra di raccontar le novelle... Intervistati raccontavano di come bruciassero le chiese per rivendicare le loro origini pagane: i cristiani son venuti fin quassù a rompere le palle, ma a loro mica torna e vagli a dare torto. Alla domanda “Cosa ti sipira?” il leader della band ha risposto, sguardo perso nel vuoto e voce da baritono: “Saaaaaa_taaaaaa_naaaaaa”.