mercoledì 31 agosto 2011

Ich bin die fesche Lola. Due Bisbetiche indomate a Berlino.

VORHER, ancora VORHER.

L'aria delle ferie comincia a farsi sentire e mi ha letteralmente dato alla testa. Prima di partire non mi sono risparmiata. Ne ho combinata qualcuna delle mie. Ad esempio ho dato il via alla lavastoviglie senza il detersivo dentro. E fin qui tutto bene.
Una notevole vicenda mi è successa con la padrona di casa. Ora dico però io, cazzo viene proprio mentre annaffio i fiori. Sul balcone ho delle bellissime e spelacchiatissima Zulfinee fuxia; dato che mi sono ricordata, ho imbracciato l'annaffiatoio e ci stavo dando dentro, dato che più che fuxia stavano diventando color savana. Sono stata di mano larga si vede, e l'acqua ha iniziato ad esondare dal vaso. Se prendevo la mira non ci sarei riuscita, le gocce hanno fatto centro sulla nuova presunta probabile, o forse ora improbabile, inquilina del piano terra, che dovrebbe sostituire l'insostituibile Arabo Paziente nei rapporti di vicinato, dato che questi è fuggito in Canadà a seguito di una rapina a mano armata all'espositore di caramelle del bar del quartiere, anche se lui dice di esserci andato per lavoro ovviamente. La voce della padrona di casa si è levata stridula al mio balcone:
"Attenziooooneee!!!"
Chissà se mi aumenta la rata dell'affitto. In un colpo solo ho rovinato la messa in piega della biondazza tinta che dovrà a breve traslocare e innescato un attacco epilettico nel mini York-Shire che teneva in collo. Con quest'azienda mi pareva il minimo.

Ma ovviamente non ho finito. La più bella l'ho combinata proprio con Isil: lei scenderà dalla Scandinavia, io salirò dal Mediterraneo. Far coincidere gli orari dei voli e gli aeroporti era finezza troppo ardita. Lei arriverà al mattino, io la sera. Aveva bisogno del voucher per l'hotel, volendosi giustamente riprendere un attimo. Nessun Problema. Ti giro la mail riepilogativa dell'agenzia di viaggi e te la stampi.
Ricerca nelle mail.
Nessuna traccia della mail in questione. Ovviamente l'avevo cestinata tra le tante che mi pubblicizzano paste per la dentiera, tettarelle e viagra.
E parte l'ennesimo bestemmione con autoinfamata.
Mi precipito all'agenzia supplicando di rigirarmi la suddetta mail e a quel punto di girarla direttamente loro a Isil.
Missione compiuta.

Troppo fico darsi appuntamento in centro a Berlino.

giovedì 4 agosto 2011

Ich Bin Die Fesche Lola - Due Bisbetiche Indomate a Berlino

Vorher

Un anno e sette mesi senza vacanze. E’ un punto di non ritorno. E ora basta. Sono questi tempi in cui apro la cassetta della posta sperando di non trovarvi nulla, o quanto meno nessuna bolletta, figuriamoci una multa, giacché di lettere d’amore - in epoca di mail, sms e diavolerie tecnologiche simili - non si parla manco a piangere in cinese. Ho messo sù un vero e proprio rito di approccio alla odiata e amata cassetta, con tanto di scongiuri; prima guardo dalla fessura, ma vero sospiro di sollievo a suon di “ E anche per oggi è fatta! “ lo tiro solo dopo aver aperto completamente lo sportello con la chiave.

Con le pezze al culo.

Al verde.

Sul lastrico.

Il mio conto corrente sta tentando il suicidio. Ogni volta che in un negozio striscio il bancomat so che mi potrei ritrovare istantaneamente i doberman dell’istituto di credito, prontamente sciolti dal Direttore, alla giugulare. Ma perché non adottano dei barboncini nani color albicocca?

E te credo che non ho un soldo in tasca. Vivere da soli a 30 anni oggi in Italia è un impresa titanica. Tutti a dirti: “Cretina, sposati! Cosa aspetti?!”. Te lo urla la gente, te lo bisbigliano i parenti impiccioni, te lo flautano le colleghe all’orecchio, proprio loro che poi ti dicono che venire a lavoro è il diversivo perché nel circo di mariti e figli a casa annaspano 24 ore su 24: fossi minchiona! Ma non solo le persone ti sibilano parole esplicite, tutto sembra dirti che è l’ora di mettere la testa a posto. Gli esempi sono a portata di mano; a fare la spesa ci sono fior fiore di promozioni sui pacchi famiglia, roba che quando tocca alla cartaigienica ti pulisci il culo da qui fino al 2024 (per gli stitici fino al 2050); e passino i candidi rotoli, perché restare con l’ultimo mitico strappo sul più bello è spiazzante. Ma quando è il turno di mozzarella o prosciutto la prova si fa ardua; provate a stare una settimana a mozzarella, provate; o una settimana a prosciutto; alla fine attaccate un gancio in soffitto e vi ci appendete cospargendovi di pepe. Ma esistono altri esempi: i messaggi che ti spediscono per mail o per sms dai produttori di linee pré-maman; vi chiedete se ci siano promozioni su tutine e fasciatoi? Chiedete pure alla sottoscritta!

E che diavolo c’entra tutto questo con Berlino? C’entra, eccome: 19 mesi senza vacanze perché non decido ad appaiarmi. Non solo, d’accordo, ma anche. E trovamelo uno pronto a sopportare i miei deliri e le mie nevrosi. Ma andiamo avanti. Parlerò approfonditamente di queste difficoltà con Marta Flavi e Sigmund Freud. Quest’anno devo chiudere il becco e smetterla di lamentarmi, visto che per le ferie riesco a partire. Tutta quest’attesa però fa capire lo spirito con cui accolgo le ferie. Nonostante crisi, inflazione e penurie, si parte. E il gaudio è davvero magno. Ho azzeccato un bell’ambo, ho preso due piccioni con una fava: non solo parto, ma soprattutto mi becco con Isil. Si potrebbe anche andare al Padule di Fucecchio, perché è l’INCONTRO che conta. E comunque niente padule, abbiamo voluto esagerare. La città che mi vide festeggiare la seconda tesi con Valetudo a fine 2008, mi riospiterà con Isil in settembre. Roba da pazzi. Lei cala da Stoccolma, io salgo da Firenze e ci troviamo a Berlino. Cristo Berlino, mica Signa. Berlino, ah! Senti come suona bene. B_E_R_L_I_N_O! Che gusto pronunciare questo nome.

Dunque le coordinate sono chiare: 52° 31’ Nord, 13° 25’ Est. Se vuoi telefonare il prefisso è +49 030, se vuoi mandare una cartolina il codice d’avviamento postale è 14199, mi raccomando.

Mi sembra quasi un miracolo. E’ da metà maggio che so di avere la prima quindicina di settembre di ferie; non mi piace affrontare l’estate con le vacanze alle spalle. Ci si arriva morti, ma il miraggio è davanti a te, non te lo lasci alle spalle come quando parti a giugno…

“Hai la prima quindicina di settembre”

Mi disse la capa quando le chiesi notizie in proposito.

La mia mente, già pronta a rifiutare e rinvare a ottobre se venivano tirati in ballo giugno o luglio, iniziò a scaldarsi. Quest’anno non faccio come l’anno scorso, quest’anno in ferie ci vado, anche in autostop, anche a costo di lavare i piatti dei ristoranti turistici dei centri storici; se stai a casa non stacchi, trovi sempre qualcosa da fare; anche a costo di andare in prigione.

Questo della galera, a dire la verità, era un vecchio stratagemma che io e Isil architettammo in Interrail. Era il 2001, c’erano ancora le Lire, gli Scellini, i Fiorini e tutta la batteria di monete ante euro al completo che ti facevano fare mille conti in vacanza, e con ciò sembra ancora di più di parlare di preistoria; non erano ancora cadute le Torri Gemelle; era davvero un’era fa. Ci lasciammo alle spalle la Francia per arrivare in Belgio, prima di raggiungere l’Olanda. In tutto il cazzutissimo Belgio, che sarà anche piccolo ma è pur sempre una nazione, quel giorno non pareva esserci manco un buco per noi e i nostri sacchi a pelo. Niente ostelli; e va bene, essendo economici sono i primi posti a partire, ma manco all’Hilton o al Ritz c’era possibilità di pernottare. E sotto i ponti era pieno di clochard, così come i barconi sulla Schelda e sulla Mosa erano già occupati. A quel punto pensammo di farci sbattere in gattabuia: era pur sempre un tetto sulla testa; ti danno anche da mangiare. Invece poi saltò fuori una stamberga in un hotel nella periferia di Anversa e dove ci toccò sgraffignare razioni triple a colazione per arrivare alla pensione completa che non avevamo ma che ci era imprescindibile. Dovevamo risparmiare: la terra olandese era vicina e carissima…

E ora che le piccole pesti sono cresciute, diventando donne in carriera (non esco mai di casa senza la mia 24 ore, i tacchi a spillo, il tayeur e il machete), ci possiamo permettere ben altro. Ora che alla nostra generazione è stato tolto definitivamente l’orizzonte del possibile e se vuoi arrangiarti in qualche modo, non fare il bamboccione da mamma fino a 40 anni e passa, ti tocca emigrare ed avere le persone a cui vuoi bene nel posto sbagliato – come per Isil – o – come x me – tornare all’università per imparare a lavare il culo ai vecchi (ci vuole la laurea anche per quello), ora ci possiamo permettere un ostello con bagno in camera, che detto così sembra quasi una piacevole contraddizione in termini. E siamo nel cuore di Berlino. Si tratta dell’All in Hostel di Gruenberger Strasse, a Friedrichshain, un quartiere –“Bezirk”- di squatter e punk, in cui la combriccola è ormai annoverata tra gli habitués; alloggiammo infatti nello stesso ostello con Valetudo nel 2008, ed inoltre lei era nell’elenco degli ospiti, con consorte Bourgugnon anche nell’estate del 2010 (era il 2010 vero Valetù?). Pulito, tranquillo, centrale, ti forniscono anche gli asciugamani e c’è la connessione web per pochi spiccioli e poi se non c’è chissene, dato che saremo lì per girare e vedere la città e non per spappolare tutto il tempo. E soprattutto buono il prezzo, cosa che, in una delle mete europee che insieme alla Scandinavia, vanta i prezzi più alti, va tenuta nel suo buon conto.

Ma come siamo arrivate fin qui? Ad esser precisi ci dobbiamo ancora arrivare, ma insomma questo è un piccolo particolare e lasciatemi il vezzo dell’immaginazione, sennò che scrivo a fa’?? Mi basterebbe leggere il giornale. In realtà alla fin dei conti non ci è voluto molto, son bastate una mail e una telefonata. Una volta architettata come meta Berlino ho aperto la Mail, digitato l’indirizzo di Isil nel destinatario e provare:

“Ce stai a settembre per farci un giro teutonico?”

Non osavo nemmeno sperarci… E invece, donna di poca fede, mi son fatta bugiarda.

A quel punto, da vera pigrona, sono andata all’agenzia.

Di prenotare da sola il volo non esiste. Adoro sputtanare i miei pochi averi in questi servizi. Non volo in economy, e infatti non volo quasi mai. Non posso fottermi la vacanza dell’anno perché se mi salta uno dei voli parto 2 giorni dopo da Caltanissetta; e poi le hostess sono dei rottami scortesi. Dove si è visto mai? Voglio Stewart gay dalle bionde e bellissime colleghe che con grazia mi chiedono se desidero thè, caffè o superalcolici, provocando la mia invidia più cieca; è così che deve essere.

E dunque una volta chiarite, in agenzia, le date di arrivo e partenza, ho chiamato Isil e m’è sembrato quasi troppo facile. I tour-operator avranno pensato che fossi matta; sono uscita dall’ufficio saltellando e canticchiando, strafregandomene del diluvio caraibico che si stava abbattendo in strada e sul marciapiede. Sono arrivata alla macchina fradicia, ma felice. Nel raptus ho chiamato anche Valetudo per dirglielo. Manco avessi fatto 6 al superenalotto.

lunedì 25 luglio 2011

VerdiVerdena

Quella sera il tempo fu clemente Si vedeva anche la luna a un certo punto. Uno spicchio sottile, a levante… quindi calante la mia cara vecchia luna, ma insomma si vedeva.

Avevo inforcato la bici nel tardo pomeriggio dopo la consueta dormita post notte. La mia pedalata rincoglionita cerava di guadagnare strada a tutta velocità. Dovevo ancora comprare il biglietto per il concerto dei Verdena di quella sera stessa nella favolosa cornice di piazza Santa Croce. Avevo paura di non trovarne sebbene Valetudo mi avesse tranquillizzato in merito La chiamo col fiatone e cercando di non farmi stirare a pelle di leopardo dalle macchine che mi sfrecciavano intorno:

“Nini , sto volando in bici al box office”

“Ah” In effetti non le avevo ancora detto nulla: quando esco dalla notte non so mai quanto dormo, quando mi risveglio e se mi risveglio. “Buongiorno”

“Buongiorno a te”

“Sono alla stazione, sto prendendo il treno”

“Per mangiare vi siete organizzati?” Le mie fantasie gastriche iniziavano a fare capolino.

“Si, ho preso dei panini”

E brava Valetudo, mica come la trafelata di turno… inizio a scorrere l’elenco mentale dei forni limitrofi al box office… tabula rasa. Panico. Respira e ragiona. Bingo! Dopo devo passare da Archetipo e lì intorno c’è ampia scelta.

“Ok, allora mi rifaccio viva quando ho il biglietto in mano”

“Bono, ciao ciao!”

“Ciao!”

Estraggo l’iPhone dalla tasca della mini in cui era conficcato a pressione, ovviamente dopo aver accostato; è un’operazione che non si può eseguire in marcia. Riavvio youtube sul video dei Nine Inch Nails di Something I can’t never have, e me la faccio sussurrare tutta all’orecchio da Trent ficone Reznor. Riparto con la sua lingua sul lobo sinistro, ma anche sul destro: miracolo degli auricolari…. Due Trent tutti per me… Cosa vuoi di più dalla vita, un tucano???

Mi precipito al Box Office a tutta velocità, o almeno a quella che posso, con la mi ansia nevrotica a farmi da scorta. I biglietti ci sono. Sospiro di sollievo, ma ascella pezzata, non si può avere tutto dalla vita. Richiamo Valetudo e la aggiorno circa le ultime conquiste. Da lì a via de’Ginori è tutto un fiat; Firenze non è New York, il centro si gira in un attimo. Quindi faccio marcia indietro e mi ridirigo verso piazza santa croce, col malloppo di panini, cola e biglietto.

Arriviamo contemporaneamente, notiamo che il gruppo sta bivaccando in una delle osterie dei dintorni. Restiamo stupiti, come quando inizia a cadere la neve, ti pare impossibile. Il batterista è ancora più sottile di come ce lo ricordavamo dal palco. Ma mangia questo ragazzo? Invece la Roby appare proprio al suo apice, come ha commentato Valetudo. Ha un taglio di capelli esagerato, che vorrei anch’io. Le sto per chiedere il numero del parrucchiere, ma aprono i cancelli. Ed inizia il lavoro di meningi per nascondere i tappi delle bevande. Decido la coca di seccarmela tutta d’un fiato prima, ma il buon dio, sapendo che avrei fatto un rutto di proporzioni titaniche l’ha impedito: durante il viaggio in bici, la bottiglietta aveva sciaguattato ben bene, così che nell’aprirla mezza se ne uscì facendo una doccia gasatissima alla mia tetta destra e ai miei piedini. Il buon dio evitò il rutto, ma mi fece mandare uno dei miei più riusciti bestemmioni: chi la fa la spetti. Non so chiaramente quale sa l’ingrediente segreto della famosa bevanda, o quale fibra sia stata usata per cucire la maglia che mi copriva la tetta colpita in pieno, tuttavia è risultato che la t-shirt si è asciugata senza nessun segno visibile dell’offesa ricevuta; ci son rimasta quasi male.

Poi si entra, le birre abilmente nascoste da Valetudo e consorte, il quale poi si è rivelato un mago dell’apertura delle stesse sotto gi occhi dei buttafuori; ci guadagnamo la prima fila, così gli occhi di quei bestioni son tutti per noi. Lui non si lascia sgomentare, si procura un paio di bicchieri di plastica ed è fatta. Mai visto niente di simile, manco ai compiti in classe di matematica al liceo… Oddio il paragone non regge dato anche avevamo bidelli così zelanti che ci riportavano in classe i libri oculatamente piazzati in bagno chiedendo di chi fossero proprio durante la verifica, ma insomma ci davamo un certo da fare. Quindi Bourgugnon, con una sola mano dietro le transenne riesce a stappare e a versare il liquido ambrato… io sono impedita con due, figuriamoci. Ma attenzione, per non dare nell’occhio riesce al contempo con l’altra mano a esultare e con la voce a catare le canzoni in cui la band si sta cimentando. Roba da non credere. C’è un’arte per certe cose, come la fede, o ce l’hai o non ce l’hai.

Il bello è che aveva anche aiutato due squinzie che avevano qualche bottiglia e un acendino per aprirle, ma non c’era verso di far saltare quei tappi metallici stramaledetti; Bourgugnon, altruista si precipita; ma secondo me è stata una mossa strategica: ha spostato l’attenzione dei caterpillar sulle pischelle che hanno aperto si le bottiglie, ma non hanno potuto ammollare il becco, dato che ne sono state subito prontamente requisite…

E quindi se l’arsura del giugno incombente è stata allietata con sorsate di teutonico bere il grazie va a lui.

Li avevamo già visti, sempre noi tre, mesi addietro al Viper i Verdena. La Roby riesce a mantenere la sua presenza femminile, pur dandoci dentro di brutto, circondata da tutti quei maschi. E sarebbero sicuramente una buona cover band, o per lo meno si sentono le influenze che hanno. Ovviamente quest’ultime parole le ho sgraffignate a Valetudo, ma mi perdonerà. O no?

Club 27

Chi se la immaginava Amy Winehouse invecchiare? No, a parte gli scherzi, ci avete mai pensato? Io con le rughe e il guscio come Keith Richards non me la riuscivo a immaginare; si perché Keith, scavato dall’esercito di droghe che dagli anni ’60 ha spedito nel suo corpo usando tutte le vie possibili e immaginabili, è solo un guscio; e che guscio, ma -voglio dire- lì dentro non possono abitare organi, suvvia non siate ingenui. E così la Amy a farsi il colore dal parrucchiere per coprirsi la ricrescita o direttamente sfatta coi capelli bianchi nei momenti di down, proprio non riuscivo a immaginarmela. Eppure, ora che c’ha messo del suo, s’è impegnata e ha bussato al club dei 27, dove l’ha accolta Maggiordomo Jim Morrison, in compagnia di Kurt, Janis e Jimi, mi pare comunque presto. Nonostante il suo l’avesse già fatto. Può piacere o no, ma quella voce, imitata inutilmente da tante dopo, ha cambiato qualcosa. Un altro mattoncino nella storia della musica.
Guardi quelli del Club dei 27 e ti viene da pensare che bisogna disfarsi a quella maniera per scrivere qualcosa di originale e creativo e, soprattutto, capisci che non sarai mai una rock star, perché te i 27 li hai passati da un pezzo, perché credi ancora in babbo natale e anche perché la cosa più alternativa che ti sei fatta è stata una sniffata di vicks quando la bronco tronco era già un pallido ricordo.

sabato 2 luglio 2011

Welsh Trainspotting

La società s’inventa una logica assurda e complicata per liquidare quelli che si comportano in un modo diverso dagli altri. Ma se, supponiamo, io so benissimo come stanno le cose, so che morirò giovane, sono nel pieno possesso delle mie facoltà eccetera eccetera, e decido di usarla lo stesso, l’eroina? Non me lo lasciano fare. Non mi lasciano perché lo vedono come un segno del loro fallimento, il fatto che tu scelga semplicemente di rifiutare quello che loro hanno da offrirti. Scegli noi, scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina; scegli di startene seduto su un divano a guardare i giochini alla televisione, a distruggerti il cervello e l’anima, a riempirti la pancia di porcherie che ti avvelenano. Scegli di marcire in un ospizio, cacandoti e pisciandoti sotto, cazzo, per la gioia di quegli stronzi egoisti e fottuti che hai messo al mondo. Scegli la vita.

Beh, io invece scelgo di non sceglierla, la vita. E se quei coglioni non sanno come prenderla, una cosa del genere, beh, cazzo, il problema è loro, non mio. Come dice Harry Lauder, io voglio andare dritto per la mia strada, fino in fondo…



I nostri occhi s’incontrarono e qualche cosa passa tra noi, come in un lampo. Qualche cosa che non so definire, ma è una cosa bella, veramente. Dura un istante, poi sparisce.




Gilbert era un professionista che trafficava in droga da parecchio tempo. Comprava e vendeva tutto. Per lui era soltanto una questione di lavoro, e secondo lui non c’era nessuna differenza tra questa attività e una qualsiasi altra attività imprenditoriale. L’intervento dello stato, sotto forma di polizia e tribunali, era semplicemente uno dei tanti rischi del mestiere. Un rischio che valeva decisamente la pena di correre, però se uno teneva presenti gli eccezionali margini di profitto.

Se fosse rimasto lì, non avrebbe mai potuto essere diverso da com’era sempre stato. Adesso che si era liberato di tutti, per sempre, poteva essere quello che voleva. Se la sarebbe vista da solo. E questo pensiero lo terrorizzò e lo eccitò allo stesso tempo, mentre pensava alla sua vita ad Amsterdam.

giovedì 16 giugno 2011

Che dio te ne renda merito

Ero in macchina, ciò che è divntato “la mia seconda casa”. Passi che lo fosse da neo-patentata; ci sembrava di avere il mondo in mano, di poter andare in qualsiasi posto, con la Diva e compagnia. Ma ora che la uso prevalentemente per andare a lavoro e che non so se passo più tempo sulle 4 ruote o a casa, resta sempre la seconda casa ma con uno spirito un tantino diverso. Son diventati cazzi amari. E ora che ci penso era anche un’altra macchina. La prima era una Peugeot 106, gran ripresa, frizione a facilitare la sgommata, un enfant terrible appunto; questa di adesso è una Matiz; è gloriosa, fa anche troppo, dato che la guido alla Blues Brothers, come se mi stesse sempre inseguendo la polizia, ma non avendo – a differenza di Belushi e Aykroyd – il motore truccato e gli ammortizzatori potenziati, e poi sopporta i miei monologhi con le mie personalità, il mio finto programma alla radio, le mie crisi isteriche, le bestemmie bruttissime e gli anatemi che lancio contro gli altri automobilisti. Ma le due autovetture hanno una cosa in comune: la frequenza con cui lavavo quella e lavo questa; c’è il problema dell’acqua nel mondo, come la fame. Non possiamo sprecarla per lavare qualcosa che dopo 24 h sarà sporco punto e da capo come prima. Spero sempre che la natura, con la pioggia, ad esempio, faccia il suo corso. Se mi trovo alle perse, tipo se devo andare a un matrimonio, guado un fiume, che problema c’è?!

E quindi mi trovavo in questa scatolina di metallo e plastica con le ruote, dirigendomi verso casa. Svoltando alla rotonda nuova di via Circondaria in via Buonsignori mi trovo un’ambulanza che, con solo il lampeggiante acceso, pensa di fregarmi e di entrarmi nel mezzo indenne. E’ no, cocco, a me non mi prendi in giro. Ho frequentato l’ambiente dell’emergenza dal 1993 al 2010, non c’è verso che m’infinocchi, conosco le regole, angelo dell’asfalto. Per avere la precedenza, tanto perché non lo tirino in tasca a nessuno devono attaccare anche la sirena, non bastano le lucine. Quindi suono, un colpetto solo di clacson, non le mie solite tranvate di 10”, e sorpasso sicura della mia ragione. A Firenze la ragione si dà ai bischeri, lo sapete, no?! Detto fatto, come volevasi dimostrare l’autista inizia a sfanalarmi e appena girato in via Mariti l’ambulanza si accosta e mi stringe al marciapiede finchè non sono costretta a fermarmi e ascoltare le parole del suddetto pilota:

“Brutta befana, speriamo la prossima volta tocchi a te”

In sovrimpressione dalla mia macchina esce la scritta: MORIRAI DI UNA MORTE IMPROVVISA E VIOLENTA.

Mica per il “Brutta befana”, mi è stato detto di peggio. Ma maremma maialaccia, ma se avevi tanta furia hai tempo di fermarti ad offendere una che reputi una cerebrolesa? Perché cazzo non hai attaccato la sirena brutto imbecille testa di cazzo figlio di puttana impotente stitico baciapile di merda. Questo l’ho pensato, mica gliel’ho detto. Non ho fatto discorsi, ho incassato la befana e anche babbo natale con tutte le renne e sono andata dritta sparata, annotandomi numero di targa del mezzo e nome dell’associazione, alla sede di appartenenza in cerca del responsabile dei servizi. Nelle mie offese pensate, è il pensiero che conta tanto, in una cosa ci avevo dato: era la misericordia, era un baciapile del cazzo. Vanno in chiesa e poi senti che bei discorsi fanno. E l’amore di cui parlava gesù? Sono convinti che la religione cattolica sia la religione di stato, in effetti gli lasciano fare come se lo fosse, ma i cattolici per primi non sanno che esistono i patti del 1927, i Lateranensi per cui libero stato in libera chiesa, ma non sanno un sacco di cose. Provate a chiedere a un cattolico se sa cosa lava il battesimo… ok il peccato originale, e anche qui il concetto di lavare via un peccato a un esserino appena nato che non ha ancora fatto niente, a parte far perdere il punto vita alla madre e sventrarla, dice che è per proteggerlo: ma per proteggerlo gli regalo una scatola di preservativi quando è più grande… Insomma il peccato originale è na risposta troppo facile, grazie agli studi di Valetudo si sa che lava il passaggio dal canale vaginale (se vuoi nascere di lì dovrai passare, vedrai!), perché è roba sporca. Eh si e perché metterlo nel culo ai ragazzini com’è? Credono che se vuoi togliere i crocifissi dai luoghi pubblici vuoi proibire loro di venerare il loro dio: fate pure, ci sono le chiese apposta. Vi sembra normale che nella scuola PUBBLICA debba chiedere di essere esonerato da “religione”? Non sarebbe più normale che chiedesse di farla chi la vuole? Credono che se sei a favore della libera scelta per l’aborto o l’eutanasia tu sia un abortista o un omicida; nessuno ha detto loro che la libera scelta comprende anche il non interrompere una gravidanza o il non praticare un’eutanasia, solo lasciate che ognuno decida per sé, e poi dicono di non imporre la loro teologia. In un’altra occasione una fervente cattolica mi espose a sua teoria antiabortista nella maniera seguente: “Se una abortisce poi dopo non le devono venire più figli, non è giusto, io ci provo da tanto e non mi vengono, non sarebbe giusto”. Vi rendete conto? E’ una che porta la croce al collo. A me sembra più proiettare i propri desideri o una propria personale tragedia sugli altri. Che schifo. Ci sarebbe da augurarsi che cambi idea, resti incinta, non lo voglia e trovi tutti obiettori, la stronza beghina frustrata.

E appunto un misericordioso, tanto ispirato dall’amore di dio è venuto a dire a me “speriamo al prossimo giro tocchi a te”. Che dio te ne renda merito.

Trovai subito il responsabile dei servizi che, al sentire l’accaduto, si mise le mani nei capelli, o meglio in testa, dato che non ne erano rimasti poi molti; ci credo, a governare quei ceffi ne de ve avere di pensieri poveraccio.

E soprattutto mi chiedo, cos’hanno tanto da correre se poi, come diceva il mitico Robertone del Pronto Soccorso di Careggi, arrivano lì e gli tocca aspettare??? Era 20 anni che ci lavorava, al pronto, sapeva il fatto suo.

Credono di salvare il mondo. Convinti loro…

martedì 7 giugno 2011

50 m sotto le stelle

L’ultima prodezza degli Squali è stata in notturna. Non si tratta tuttavia di gare bensì di un semplice allenamento; ma con Gianburrasca nei paraggi a combinarne di tutti i colori, anche il più ordinario meeting può tingersi delle più fosche tinte. Come quando per farmi vedere come ci si tuffa per un pelo non si arriva dritto tra le braccia di un usufruente “nuoto libero”… Lui poi ti dice che ci passava un maiale con una zucca in bocca, che era tutto calcolato, ma in realtà era grassa se ci passava un’ostia tra i due. E poi mi dice di non chiamarlo Gianburrasca…

Coach Pizzul aveva organizzato tutto alla perfezione: allenamento in vasca lunga all’aperto e pizzata a seguire. Per questo si era affidato anche alla sottoscritta con gli agganci del centro anziani qualcosa di casereccio ma confortevole si trova sempre.

Nascono grane già all’entrata: con la borsa e la mia agilità da elefante resto impigliata nel tornello di accesso agli spogliatoi. Mi ci si agganciano anche i jeans, non so come resto indenne e soprattutto non resto in mutande, una per lo meno era scampata. Poi è la volta della Grisbina, a cui non funziona “il braccialetto”; si perché lì ti danno questa specie di orologio senza lancette che ti serve per fare qualsiasi cosa: entrare al piano vasca, chiudere l’armadietto, fare la doccia, manca poco nuota al posto tuo; chiaramente è sintonizzato con un computer, quello delle casse. Quello della Grisbina a quanto pare non lo era. In realtà è stata colpa della super unghiata cassiera, fan del Magnifico che, vedendoli insieme, aveva avuto un attacco di gelosia e si era inventata questo dispetto, credeva di farla franca ma ce ne siamo accorti tutti; e del resto che si può pretendere da una che pensa più di 23 ore al giorno alle Méches?

Negli spogliatoi di nuovo uno stop, per chiudere gli armadietti: se non ci fosse stata Laure Manadou, la dolce metà del Coach, sarei rimasta lì tutta la serata, mi ha salvato a vita e la ringrazio assai.

Incuffiate, occhialute e costumate (scostumata per quel che mi concerne), arriviamo al piano vasca, ma anche qui non vi aspettate una cosa troppo semplice: Per accedere alle mattonelle del bordo c’erano dei passaggi obbligati dalle docce, rigorosamente marmate. E l’accappatoio? Dove credono che uno se lo cacci nel passaggio? Va be’ che di microfibra prende poco posto, ma insomma… Allora ci è toccato fare l’oliocuore alla staccionata, e ora finchè si tratta dei giovani rampanti passi, ma quando sono arrivata io con i miei reumatismi ho sudato freddo.

Ed eccoci alla vasca. Era ora. Si tratta di una piscina all’aperto. Poco importava agli squali se facevano -20°C, se il meteo aveva messo rovesci e trombe d’aria, ci siamo tuffati impavidi. Dicendola tutta io ho usufruito di una delle sopracitate marmate docce, per preparazione psicologica. Non mi sentivo i muscoli. Ho cercato l’aquagym, andando in una corsia in disparte, ma senza successo: lì facevano Aquagin: l’aperitivo in piscina, teoria sempre sostenuta anche da me; ginfizz, ginlemon, quello che vuoi, ma soprattutto relax. Dico io, invece di vedere le vecchie a sciaguattare come anatre appena uscite dal letargo (vanno in letargo le anatre?), che poi ormai a fare che lo facciano non si sa, non potrebbero andare a giocare a tombola invece di occuparci due corsie? Farebbero comunque aggregazione. Il centro anziani ne fa di spettacolari, e non mi dite che io non dovrei parlarne perché in realtà riguarderebbe anche me visto che già ci vado: a dare i numeri!

Inomma mentre cercavo di scappare verso l’amato gin Pizzul mi becca in pieno. Mi mette in corsia con Biederman, Peirsol e la Grisbina, dico io ma come si può?! Oltretutto la pulizia del luogo mi fa vedere benissimo la distanza sempre maggiore che mi separa dagli squali saette. Questa volta anche Gigino e Fiocco erano rimasti a cuccia, perché dice che il freddo è per loro dannoso… se se… con tutte quelle squame… E poi come si fa a non rallentare, soprattutto a dorso, col cielo che si sta sgombrando dalle nuvole e sta facendo largo alle stelle? Al freddo, senza farcela, ma ne è valsa la pena, anche solo per questo spettacolo. Il Magnifico, Dolce Metà e Gianbu sfrecciavano alzando le abituali colonne d’acqua che manco Mosè. Arriva la fine di questo allenamento. Pizzul ha misurato la nostra resistenza alle basse temperature e ci propone ritiro sui fiordi norvegesi e partecipazione alla traversata del baltico svevo-finnica Stoccolma-Turku. A questo punto obietto: “Non è habitat da squali” e coach vostro onore Pizzul l’accoglie irremovibile: “Ci chiameremo Salmoni, tutt’al più” .

Rientrando con la vasca al calduccio sembra di stare ai Caraibi. La Grisbina e il Magniico sono in conferenza stampa e ci hanno abbandonati. Con la Manadou notiamo che Giambu, Biederman e Peirsol si sono diretti agli scivoli. Salendo le scale ci arrivano cospicui scroci d’acqua Lo spirito indiavolato della peste era riemerso: stavano giocando a fare la diga di bilancino e soprattutto ad aprirla, poi si gettano nello scivolo. Sembra divertente. Ma una vocina mi ammonisce “Questa è roba da Gianburrasca, non hai più l’età, già che non ti è venuta una congestione a quell’acqua ghiaccia accontentati per stasera, vai a farti la doccia”. Ed io che non avevo assolutamente voglia di ascoltare Coscienza mi son buttata. Coscy si ricordava che soffro di labirintite, io no. Lo scivolo sembrava oliato, ci schizzavi a meraviglia. Ed io che temevo di restarci incastrata… povera illusa! Urlavo come un gallo da combattimento, mi son venute le palpitazioni e per il resto della serata son stata preda di attacchi isterici d starnuti; a tutti ho detto che sono allergica al cloro però. E comunque lo scivolo ha avuto un pregio: tutta concentrata com’ero a che non mi restasse il costume agganciato da qualche parte, non sentivo più i reumatismi.

E dopo aver visto la morte in faccia, mentre gli altri scapestrati si facevano il secondo giro, con gli scrosci che si sentivano arrivare fino agli spogliatoi, mi son ricomposta in vista della pizza.

Tra le birre e le mozzarelle Giambu e Biederman ci hanno allietati con i racconti delle loro avventure in vacanza. Risulta che quando andarono a Formentera noleggiarono dei motorini. Oculatamente stipularono un’assicurazione che li copriva contro tutti i sinistri possibili e immaginabili e fu usata a dovere: alla fine della vacanza conoscevano meglio il meccanico loro degli abitanti del luogo. A capo di queste follie su gomma c’era ovviamente la mente e il braccio di Gianburrasca; vi basti sapere che una delle prime sere, volendo saltare una rete col motorino si trovò dritto in braccio a una siepe che stava dietro, ma che – complice il buio – non si vedeva. E anche in quell’occasione Biederman se la vide bella: poco prima di atterrare tra i cespugli Giamburrasca, nel tentativo d misurare la prontezza dei riflessi dell’amico, gli lanciò contro il mezzo lasciandolo andare col gas tutto aperto. Altro che Gianburrasca!

Molti si chiedevano perché mangiassi lentamente: ero lacrimosa e starnutente, davo la colpa al cloro, ma in realtà questa volta c’entravano il peperoncino e il salame piccante della pizza “dei dannati”. Peirsol me ne chiese un po’, io porsi il piatto, lui spavaldo se la cacciò in bocca, ma poi ha chiamò il 115.