venerdì 3 febbraio 2012

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Während: Giovedì 8 settembre 2011

E fu Pergamon. Quando si ha poco tempo e si è costretti a scegliere un museo solo, sicuramente a Berlino tocca al Pergamon, parola di Isil, che –lasciate fare- di musei è una vera intenditrice. Si tratta di un trionfo di arte e architettura proveniente dagli scavi condotti dagli archeologi tedeschi agli inizi del XX secolo. Fa parte del complesso del Museum Insel: sulla Sprea si trova un isolottino, su cui –x altro- nel XII sec. sorse il primo insediamento di Berlino. L’isola racchiude un complesso composto da 5 musei (Alte Nationalgalerie, Altes Museum, Neus Museum, Pergamon Museum e Bode Museum), dichiarata sito patrimonio dell’umanità dal’UNESCO nel 1999. E’ frutto della moda che si diffuse tra le famiglie reali europee alla fine del XVIII secolo di aprire al pubblico le collezioni private; basti pensare al Louvre di Parigi, al British Museum di Londra o al Prado di Madrid. Ti pareva che a Berlino Federico Guglielmo III e i suoi successori volessero essere da meno? Si tratta di collezioni che permettono una delle esperienze museali più esaltanti al modo. Tutti e 5 insieme sono letali, sindrome di Stendhal in agguato, occhio.

Il Pergamon è un complesso gigantesco ultimato solo nel 1930, anche se transenne e lavori lo circondano sempre, nella verve prolifica che caratterizza la città; è una roba titanica. Sotto lo stesso tetto accoglie tre importanti collezioni: Antichità Classiche, Antichità del Medio Oriente e Arte Islamica. Musei nel museo, che megalomania ‘sti crucchi!

Il reperto principale, da cui prende il nome il museo è la ricostruzione dell’Altare di Pergamo (165 a. C.) proveniente dall’Asia Minore, per la precisione dall’odierna città turca di Bergama. Si tratta di un gigantesco santuario intitolato a Zeus, con una scalinata che conduce a un colonnato a ferro di cavallo: lungo tutto lo zoccolo sono scolpiti fregi incredibilmente vividi, raffiguranti episodi della gigantomachia, la lotta degli dei contro i giganti. Entriamo. Cuore in gola, ciccia di gallina; è colossale, immenso, mitologico. Un plastico ne mostra la ricostruzione e i rapporti col resto della città. Saliamo i gradini dell’altare, cerchiamo di immaginarci il panorama che fu. Ma ci sono orde di scolaresche interessate ad essere ovunque tranne che lì che ci richiamano pesantemente alla realtà.

Tornata a casa, Isil scoprirà che il grande cilindro all’entrata del Museo è un’installazione che offre, da ottobre 2011 a ottobre 2012, un’esperienza visuale della città. Abbiamo sbagliato mira di un mese, per tutti i Tridenti di Poseidone!

Dopo l’Altare di Pergamo si accede a una sala in cui si eleva la Porta del Mercato di Mileto.

Risale al II secolo d.C., un capolavoro di Architettura Romana. La porta ci permette di varcare il confine con la collezione del Museo di antichità del Medio Oriente. E Babilonia, sbalziamo di 6-7 secoli indietro e come per incanto ci troviamo di fronte alla Porta di Ishtar, un gioiello cobalto che svettava nel deserto… Non ci è difficile immaginare cosa significhi “miraggio” di fronte a tanto splendore. I tedeschi hanno depredato e ricostruito anche la Via della Processione che dalla porta conduceva alla Sala del Trono. I plastici mostrano che la città era fortificata da 3 livelli di mura. Ci accompagnano leoni, dragoni e cavalli, tra le principali divinità ai tempi di Nabucodonosor.

Seguono gli impressionanti bassorilievi in argilla del Tempio di Uruk, che ricordano il sussidiario delle elementari, e più o meno come epoca siamo li.

Siamo sature, in sovraccarico cognitivo, ma non possiamo perderci il Museo di Arte Islamica, al piano superiore. Le miniature hanno colori vividi, e soprattutto c’è la Sala di Aleppo, proveniente dalla casa di un mercante del XVII sec., le cui pareti sono interamente rivestite da pannelli di legno copiosamente decorati.

La mente è sazia, ma la pancia no. Scegliamo di tornare dal re delle cotolette, il Welt Restaurant, dove ormai siamo di casa. Ciò offre anche il vantaggio di non farci sbattere a cercare nuovi posti sulle cartine. La nostra inoltre è una ricerca: vogliamo capire come fanno i Käse Spätzle qui.

Siamo su un altro pianeta. Dato che ci siamo proviamo anche il Kaiserschmarn (spero di averlo scritto correttamente). Siamo fermamente convinte che gli dei ci puniranno se non proviamo questo dolce in auge alla corte austriaca e accompagnato da una composta di prugne. Mai sia che ci attiriamo l’ira divina. Troviamo una mediazione con la nostra indole che ci avrebbe sicuramente tenute alla larga da quella diabolicamente squisita leccornia optando per una porzione piccola divisa a metà. Si tratta di una torta semplice appena cotta, semisciolta, cosparsa di zucchero a velo. Nn è descrivibile sulla carta, è un paradosso che una cosa così semplice sia altrettanto buona; al Welt la servono preparata espressa. Piove. Allora ci sta anche il caffè, un caffè vero, in tazzina dal bordo spesso, come pochi ne ho bevuti anche in Italia.

Alzarsi è una guerra punica, ma in qualche modo riusciamo a trascinarci alla Metro, verso Warschauer Str. Per andare a prendere il Ring, con un altro paio di collegamenti ferroviari. Con quella balla da cibo e birra i collegamenti sono aumentati, c’era da immaginarselo. Fino a Warschauer Str. Tutto bene. Da lì prendiamo l’S75, il treno, per raggiungere Ostkreuz. O almeno così credevamo. Ma il treno si mette in marcia nella direzione contraria. Che gli prende? Panico. Siamo sedute tra biciclette, cani e passeggini. Tutti educatissimi e muti, non vola una mosca. Per fortuna ci eravamo aggiudicate un posto a sedere. Subito rovistiamo nelle borse in cerca di una mappa dei trasporti. Isil, con la sua vista da falco, riuscirebbe anche a sbirciare in quelle appese due vetture più là, ma io assolutamente no. Cerco l’S75, Warschauer Str. E mi accorgo che, per la modica cifra di 13 fermate, riusciremo comunque a raggiungere in nostro Ring, sempre che si scenda a Westkreuz. Giochiamo con i punti cardinali. Sorpresa e contenta esclamo:

“Ma noi gli si va ni’culo!”

Isil scoppia a ridere, non riusciamo a trattenerci, ci sbellichiamo fino alle lacrime. Gli astanti, crucchissimi e impassibilissimi ci guardano, non so decifrare con quale espressione. Attraversiamo la città in sopraelevata. Alla fine è stato meglio così, la striamo attraversando orizzontalmente da est a ovest e poi le gireremo intorno. La Torre della Televisione di Alexander Platz domina incontrastata da ogni dove. Riusciamo a localizzare anche Muji, un giapponese luogo della perdizione che vedrà aprire i nostri portafogli più tardi. A dire il vero ci saremmo catapultate dal treno, non fosse stato per quel reggimento di grassi e proteine che mettevano a ferro e fuoco il nostro stomaco e che quindi ci faceva perdere fiducia nelle nostre possibilità ginniche. Piove e c’è il sole. Passandoci ci accorgiamo che Berlino Ovest è più anonima. Ha tratti rintracciabili anche in altre gradi città, mentre di Berlino Est ce n’è una. E alla fine raggiungiamo Westkreuz, e becchiamo il Ring per la nostra ora di culla su rotaie. Facciamo il giro in senso orario. Non ricordo a che fermata, sale un ciccione strabico e pelato e si piazza davanti a noi. Ha dei tatuaggi sbiaditi. Guardandoli meglio se ne rintracciano i tratti di simboli nazisti, come croci, aquile e quant’altro. Isil, con la sua somatica ariana è spavalda, io invece con la mia mediorientale spero solo di non doverci discutere. Fa bene lei, ha vinto la lotteria genetica e pensare che non s fa mai fare foto, quella grullerella! Se ne riparlerà quando a 70 anni si lamenterà di non avere foto di quando era giovane, e lo stesso vale per Valetudo. Mi fanno fare certe acrobazie per realizzare scatti di cui non si accorgano! E invece poi mi beccano sempre, perché ho la grazia di un ippopotamo.

Scendiamo illese al punto di partenza, abbiamo fatto un oroboro. La digestione è avanzata. Mentre andiamo verso la metro per raggiungere Muji, delle adorabili vecchiette ci chiedono informazioni. In tedesco. E insistono pure, pur rispondendogli noi in inglese. Ora, finchè si sbagliano con la bionda Isil passi, ma quando seguitano con me, evidentemente proveniente da zone equatoriali, cazzo, allora vuol dire che l’apparecchio acustico t’è proprio partito nonna! Chissà dove le abbiamo spedite!

E alla fine siamo arrivate da Muji. Il paese dei Balocchi per due cartolaie mancate come noi. Oh se anche Valetudo vedesse queste meraviglie! E’ una catena giapponese dove si trovano articoli di cancelleria, ma anche da viaggio e per la casa, disposti con strategia. Tra le tante cose acciuffo un paraocchi da viaggio, di quelli x dormire in luoghi dove c’è sempre luce, tipo in aereo. Hanno anche una tasca dove si può inserire del ghiaccio sintetico per un sommeil de beauté! Ma la cosa più bella sono le pochettes per i trucchi, e le penne. Sul catalogo ci sono esempi di ciò che non riuscirò mai a fare: ordinatissime valige, ottenute grazie all’utilizzo degli scomparti che qui vendono.

Torniamo squattrinate all’ostello. A letto senza cena. Di peccati di gola oggi ne abbiamo fatti abbastanza.

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Während: Mercoledì 7 settembre 2011

A Berlino un abitante su 7 è straniero ed è la città con una delle comunità gay più vivaci d’Europa; del resto anche il suo Borgomastro gay dichiarato Klaus Wowerheit (detto “Wowi”), confermato, è dal 2001 che amministra la capitale; in quale altro posto il candidato che, a poche settimane dalle elezioni, saluta con entusiasmo un raduno di amanti del sado-maso vestiti di cuoio e tessuti luccicanti vince? Si vede che molti seguono il motto di Federico il Grande “Jede nach seiner Façon” (vivi e lascia vivere), che regnò nella seconda metà del XVIII secolo.

Se penso a questa città le 2 parole che mi vengono in mente sono “Varietà” e “Tolleranza”. E’ stata segnata, ferita, ma mai sconfitta, nel suo drammatico passato. Forse l’aria che vi si respira è dovuta alla necessità di doversi continuamente adattare a nuove circostanze e sconvolgimenti.

Qui niente è normale.

3 milioni e mezzo di abitanti, più o meno. La religione sarebbe il protestantesimo, ma pochi sono i praticanti. 12 quartieri, di cui i centrali sono: Mitte, Prenzlauerberg, Friedrichshain, Kreuzberg, Tiergarten, Schöneberg, Charlottenburg. Ai tempi del muro si parlava di Ossi (tedeschi dell’Est) e Wessi (tedeschi dell’Ovest). E’ la città meno tedesca della Germania. E’ composta da un mélange di etnie provenienti da 185 nazioni, che vanno a costituire il 14% della popolazione totale. Il Senato cittadino ha un membro preposto alle questioni dell’integrazione. Tuttavia le diverse comunità tendono a non mescolarsi fra loro.

Berlino si estende per circa 890 Kmq (38 km da nord a sud, 45 km da est a ovest), è attraversata, oltre che dalla Sprea, anche dall’Havel, corso in genere ignoto ai turisti. Vi nuotano, tra gli altri, il pesce persico e la lasca, anche se va detto che l’area di Berlino è tra le più inquinate della Germania, sebbene sia attenta alle tematiche verdi. Ogni quartiere ha un parco. Nella cintura boscosa che circonda la città si possono avvistare conigli selvatici, volpi, martore e cinghiali; in incremento questi ultimi, si dice addirittura si siano spinti – complici inverni miti e abbondanza di cibo nei cassonetti e ghiande - fino alla periferia. Il Berliner Morgenpost sostiene che i cinghiali stazionino sugli scalini di una scuola in attesa della ricreazione e delle merende dei marmocchi. Poi le bestiole hanno iniziato a distruggere i gerani amorevolmente curati dai cittadini. Così anche i più sensibili alle tendenze ambientaliste hanno invocato la loro eliminazione. Il Senato della città per tutta risposta ha pubblicato un opuscolo sui cinghiali, con informazioni sulle loro abitudini ed inviti ad essere tolleranti con loro. Al di fuori delle aree abitate ne è permessa la caccia, ecco come finiscono almeno 1000 di loro all’anno.

Ma Berlino non è tutta verde, anzi, dopo la Wende (riunificazione) ha vissuto momenti di fervore costruttivo, e gli affitti sembrano molto più abbordabili di quelli italiani, a prescindere oltretutto dal fatto che gli stipendi sono più alti. Inoltre molti punk e squatter, soprattutto a Friedrichshain e Kreuzberg occupano abusivamente diversi edifici, anche se ci si chiede quanto potrà durare.

Nel 1891 Mark Twain definì Berlino “la città più nuova che io abbia mai visto” e JFK in visita dichiarò “Ich bin ein Berliner”, pensare che c’era la Guerra Fredda in corso…

Passatemi la divagazione storica che sto per fare, ma mi pare imprescindibile: non si può altrimenti nemmeno vagamente immaginare cosa sia l’atmosfera che ci si respira, fermo restando che per averne l’idea bisogna andarci. La prendo larga quindi faccio un paragrafo, se volete saltarlo sarà facile individuarne la fine.

Geschichte

Bignami della storia di Berlino. Se devi fare la maturità leggi qui!

I primi insediamenti agricoli risalgono al 3000 a.C.. Nel corso del XIII sec. Alcuni mercanti fondarono le stazioni commerciali di Berlino e Cölln, nei pressi dell’attuale Nikolaiviertel (vicino Alexanderplatz). Si trovavano in posizioni strategiche tra Köpenick e Spandau, allora città fortificate, oggi fermate-capolinea della metro. Nel 1307, sotto l’appoggio del principe locale, vennero unificate. Berlino si ampliava, mantenendosi indipendente. Più di un secolo dopo Federico di Hoenzollern diventa Elettore del Brandeburgo, avviando un dominio che durerà 500 anni. Inizia la riforma luterana, cattolici e protestanti si affronteranno nella Guerra dei 30 anni(1618-1648); Berlino si mantenne inizialmente neutrale e fu così saccheggiata. Sul finire del XVII sec., con l’arrivo dei profughi ugonotti dalla Francia, la popolazione berlinese crebbe e fiorì culturalmente, fino a diventare centro dell’Illuminismo tedesco. Vennero edificate l’Accademia delle Arti e delle Scienze e, con Der Alte Fritz (il vecchio Fritz, cioè Federico il Grande), Berlino cresce architettonicamente. Nel 1806 Napoleone sfila sotto la porta di Brandeburgo e dominerà la città per 3 anni. E’ a questo periodo che risale la nascita della Humboldt Universität, che vanta tra i suoi luminari Hegel, e l’architettura schinkeliana.

I moti rivoluzionari sconvolgono tutta Europa. Nel 1862 Otto Eduard Leopold von Bismark è cancelliere di Prussia, il “Cancelliere di ferro”, che unificò la Germania con Berlino come capitale. Fu lui a chiamare la nazione “Deutsch Reich”, e fu questo il nome che le rimase fino al 1945.

Nel 1888 sale al trono Guglielmo II, sarà l’ultimo sovrano tedesco; abdicherà il 9 novembre 1918 alla fine della disastrosa I guerra mondiale. La Germania ne uscì bastonata anche dalla Società delle Nazioni. E fu crisi: per comprare un kg di pane ci voleva una carriola di soldi. La guida del paese passò al partito più forte, l’SPD Partito socialdemocratico - Sozialdemokratische Partei Deutschlands - con a capo Friedrich Ebert. Poche ore dopo l’abdicazione del Kaiser i vertici dell’SPD si affacciarono alle finestre de Reichstag per annunciare la nascita della Repubblica Tedesca. Poche ore dopo, dal palazzo reale di Undert den Linden si affacciarono gli spartachisti x proclamare la nascita della Repubblica Socialista. La lotta per il potere fu ardita. L’SPD si prefiggeva una democrazia parlamentare, mentre la Lega di Spartaco con a capo Rosa Luxembourg, voleva un governo marxista. Si formò il Partito Comunista Tedesco, ci furono scontri in strada che culminarono nella Rivolta Spartachista del gennaio 1919. La Luxembourg fu arrestata e uccisa, il suo corpo gettato in un canale della Sprea. Nasce la Repubblica di Weimar, città dove l’Assemblea Costituente aveva riparato durante i disordini cittadini. E’ qui che si riconosce il diritto di voto alle donne, il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, ma anche il diritto del Cancelliere a governare x decreto nei periodi di crisi, clausola che si rivelerà tragicamente cruciale nell’ascesa al potere di Hitler. Al potere c’era Ebert con l’SPD, ma le due fazioni, monarchici e comunisti, non erano soddisfatte. Il malcontento si manifestò nel marzo del ’20, quando un gruppo di militanti di destra occupò la sede del governo a Berlino. Il governo trovò temporaneamente rifugio a Dresda, ma Berlino reagì con un imponente sciopero generale che fece fallire il golpe.

E fu la volta degli innovativi dorati anni ’20, bastano pochi nomi: Gropius e il Bauhaus, George Grosz, Bertold Brecht, Christopher Isherwood. Nel 1923 la prima trasmissione radiofonica tedesca pervase l’etere e 8 anni dopo fu Berlino a diffondere l’anteprima mondiale della televisione. Ma nel 1924 Hitler aveva pubblicato il “Mein Kampf” e alla fine del decennio ci fu la recessione, con il venerdì nero del 25 ottobre 1929, in cui la Borsa di New York colò a picco trascinandosi dietro quelle di tutto il mondo. In poche settimane ½ milione di berlinesi si trovò senza lavoro, si scese in piazza. Si andava formando il partito nazionalsocialista di lavoratori tedeschi o partito nazista (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), i cui membri si scontravano sempre più contro i comunisti. Erano guidati da un pittore mancato, un austriaco di nome Adolf Hitler.

Il malcontento dilagava, i consensi aumentavano. La gente, è noto anche oggi, quando si sente spersa ha bisogno che qualcuno la abbindoli con delle frottole, la storia si ripete e l’uomo è così stupido da non imparare mai la lezione. Si avvera la profezia di Friedrich Nietzsche.

Il 30 gennaio 1933 Hitler fu nominato cancelliere tedesco. Un mese dopo il Reichkanzler accusò i comunisti del misterioso incendio scoppiato al Reichstag. In nome della sicurezza nazionale si fa conferire i pieni poteri e così il 24 marzo 1933 ha inizio ufficialmente la dittatura nazista.

Fuga ed esilio di molti artisti ed intellettuali. Le attività commerciali gestite da ebrei vennero boicottate. Nel 1934 muore il Presidente della Repubblica, così Hitler si arroga anche questo titolo, diventando Führer, guida. Nel ’35 le Leggi di Norimberga revocarono la cittadinanza tedesca agli ebrei e proibirono il matrimonio tra ebrei e ariani.

Ogni tentativo di rivolta covato anche in seno al suo stesso partito veniva soffocato nel sangue dal dittatore che pretendeva obbedienza e fedeltà assoluta, con l’oscuro zelo della sua guardia personale, la Schutsstaffeln (SS). Nel 1936, in occasione delle Olimpiadi, il nazismo propose una strabiliante vetrina di sé, conquistando la Germania il maggior numero di medaglie (42).

9 novembre 1938, Notte dei Cristalli. Tutte le attività commerciali degli ebrei vengono distrutte e poi rivendute forzatamente a proprietari non ebrei. Fuga in massa degli ebrei da Berlino. Restano in 60000, pochi di essi vedranno la fine della guerra.

Dato che non sapeva cosa più cosa inventarsi e non gli bastava torturare, violentare, massacrare il popolo tedesco il 1° settembre 1939 l’ometto coi baffetti invade la Polonia. Credeva di giocare a risiko. Inizia la II guerra mondiale, tanto mica c’era lui al fronte, come quell’altro suo compare, come diceva? Ah, si “Armiamoci e partite!”. I berlinesi però non salutarono con nazista gioia l’iniziativa, ricordandosi della fame patita durante il primo conflitto mondiale. Ma non ci fu nulla da fare, e guerra fu.

Se già in tempo di “pace” per gli ebrei suonava a picche, figuriamoci con la guerra. Il dittatore a cui piacevano bionde e biondi dagli occhi azzurri, non contento di aver sconfitto Belgio, Francia, Olanda e di aver fruzzicato dalle parti della Russia, nel ’42 dal lago Wannsee proclama la Endlösung, la soluzione finale, che prevedeva l’annientamento sistematico di tutti gli ebrei d’Europa. E dato che c’era mica si poteva lasciar scappare l’occasione, ci mise dentro anche zingari, omosessuali, preti, dissidenti e oppositori al regime. Anche il suo collega italiano fece uguale. Giusto a Berlino, in memoria di questo atroce periodo di storia e perché memoria non se ne perda, è stato eretto il toccante Holocaust Mahnmal, che visitai con Valetudo, ma che questa volta mi son risparmiata.

Non posso non dilungarmi su questa complessa epoca, perché tanto ha significato x Berlino.

In pochi hanno tentato di ribellarsi. Uno di questi fu Claus Grafschenk von Stauffenberg, Ufficiale dell’Esercito di grado elevato. Come tale, aveva l’accesso a uno dei suoi quartier generali, la Wolfsschanze, nel caso presente. Il 20 luglio 1944 piazzò personalmente una valigetta piena di esplosivo sotto il tavolo delle riunioni, vicino al posto di Hitler. La bomba scoppiò, ma quel tavolo di quercia era troppo solido e il Führer se la cavò solo con qualche graffio. Stauffenberg & company furono fucilati la sera stessa al Bendlerblock di Berlino, vicino al Tiergarten, in una via che ora è intitolata a Stauffenberg stesso. Anche molti altri uomini, estranei al fatto, furono uccisi nella prigione di Plötzensee (Wedding). Entrambi i luoghi sono oggi luoghi della memoria. La galera incarcerava chi si opponeva al regime. Le famiglie dovevano pagare l’esecuzione e, nell’efferata logica della dittatura, i boia ricevevano una ricompensa per ogni persona che assassinavano.

Da giugno (6) ormai, con lo sbarco in Normandia, soldati americani e inglesi si riversarono in tutta Europa, raid aerei martellavano Berlino.

Durante gli ultimi giorni della guerra Hitler, ormai in preda alla paranoia, ordinò la distruzione di tutte le industrie tedesche ancora esistenti, disposizione che fu quasi del tutto ignorata.

Nell’aprile del ’45, da est arrivarono i russi e circondarono Berlino. Penetrarono e raggiunsero il centro, fino alla cancelleria, dove Hitler si era rifugiato, o meglio nel bunker, con l’amante Eva Braun, che aveva appena sposato. Uccise la donna – consenziente - e poi si suicidò. L’armata rossa dette fuoco al Reichstag.

Esistono delle immagini di Berlino a guerra finita. Sembra impossibile che dalle macerie sia risorta una città con la C maiuscola, considerati tutti gli anni in cui la città con i suoi cittadini avevano dovuto patire ogni sorta di barbarie e sopruso. Nel 1939 la popolazione ammontava a 4 milioni e 300000 abitanti, a fine guerra era dimezzata e i 2/3 erano donne. Furono loro inizialmente a sgomberare le macerie accumulandole in vere e proprie montagne che ancor’oggi caratterizzano l’aspetto della città.

Ma per Berlino la guerra non era finita. Con la conferenza di Yalta la Germania fu divisa in 4 zone di occupazione tra Inghilterra, Stati Uniti, Francia e Unione Sovietica, nello specifico Berlino fu così ripartita:

Inglesi – Charlottenburg, Tiergarten, Spandau

Americani – Wilmersdorf, Tempelhof, Kreuzberg e Neukölln

Francesi – Wedding e Reinikendorf

Sovietici – Mitte, Prenzlauerberg, Friedrichshain, Treptow e Köpenick.

Non si riuscivano a raggiungere accordi ed anzi le divisioni si inasprivano. E la storia si ripete: tanto in città mica ci abitavano quelli che ai tavoli prendevano le decisioni. Dilaniati dal nazismo e dalla guerra, ma ancora non bastava.

La rottura tra le potenze occidentali e l’URSS fu definitiva nel 1948: i primi introdussero il Deutschmark nella loro zona senza aver prima consultato i russi, che emisero l’Ostmark. Usarono l’incidente per avviare il blocco stradale e ferroviario di Berlino Ovest, sperando di portare l’intera città sotto il proprio controllo. Con la guida di Lucius D. Clay, comandante americano a Berlino, gli “alleati” realizzarono un ponte aereo che impedì ai sovietici di annettersi alla parte ovest della città. Berlino era isolata; molti pensarono che sarebbe stata solo una questione di giorni prima che la città finisse sotto il dominio orientale. C’erano tutti gli ingredienti per un terzo conflitto mondiale. L’aviazione americana dette il via all’operazione Vittles, seguita da quella inglese con l’operazione Plane Fare. La Francia non partecipò, ma non certo x candidarsi al nobel x la pace: la sua aviazione era impegnata a fare stragi in Indocina.

Gli aerei trasportavano carbone, cibo, macchinari. Sfrecciavano negli aeroporti di Berlino al ritmo di 1 al minuto. 79 persone ci rimisero le penne e x 11 mesi Berlino venne rifornita così. Lo sdegno dell’opinione pubblica fece tornare sui propri passi i sovietici e Berlino fu di nuovo accessibile via terra. A partire da quel momento pare che i berlinesi considerassero americani e inglesi forze protettrici piuttosto che occupanti.

Nel 1949 le due Germanie esistono formalmente, come divise in:

. Ovest BRD Bundes Republik Deutschland, Repubblica Federale Tedesca, con capitale a Bonn e canceliere Konrad Adenauer

. Est DDR Deutsche Democratische Republik, Repubblica Democratica Tedesca, con capitale Berlino Est e presidente Wilhelm Pieck.

Nella Germania dell’Est, per contrastare l’opposizione fu creata la STASI, nel 1950, con quartier generale a Lichtenberg, era il Ministerium für Staatssicherheit, ministero per la sicurezza di stato; i nemici del regime venivano arrestati e rinchiusi nelle carceri segretissime. Nel 1951 per gli abitanti di Berlino Ovest fu necessario richiedere un permesso anche solo per andare a trovare i parenti a Lipsia o Magdeburgo. Nel 1953, morto Stalin, si sperava in qualche cambiamento, invece il clima si inasprì perché con la crisi economica vennero innalzati gli obiettivi di produzione; iniziarono scioperi e rivendicazioni, fino alla rivolta aperta nei centri urbani. Il 17 giugno 1953 gli operai che lavoravano sulla Karl-Marx-Allee si rivoltarono, e ciò si estese fino al 10% degli operai di tutto il paese. L’insurrezione fu sedata con i carri armati, nonché morte e arresto di molte persone; furono delle vere e proprie esecuzioni. Ma mi sbaglio o proprio Marx, con Engels, nel manifesto di poco più di un secolo prima aveva detto “Operai di tutto il mondo, unitevi!” E i russi non si professavano forse seguaci delle loro teorie? Che ci sono i carrarmati nel Capitale? E la STASI, che c’era anche quella? Via, bisogna che vada a rileggerlo, perché non me lo ricordo, è passato tanto tempo… Come i Cristiani con le Crociate. Che c’è scritto nella bibbia d’imbrattare un lenzuolo con una croce rossa e andare in Tessasanta? E che lo disse Gesù di bruciare le streghe? Quando annusano il potere parecchi diventano aguzzini.

Tornando a Berlino, iniziò un vero e proprio esodo verso ovest. Per contrastare la fuga i russi costruirono il muro. Dice che Stalin comparve a Walter Ulbricht (presidente della DDR in quel tempo) in una seduta spiritica e ne ordinò la costruzione. Il primo mattone fu poggiato il 13 agosto 1961, bisognerà aspettare il 9 novembre 1989 perché il primo venga divelto. In questo lasso di tempo circa 2000 persone morirono cercando di superarlo. I rapporti est/ovest si deteriorarono Una svolta si ebbe una decina di anni dopo, quando vennero firmati accordi con cui si regolarizzavano le visite al di là del muro. Intanto la rivolta studentesca chiedeva la riforma dell’antiquato sistema universitario e lo stop alla guerra in Vietnam. Ci furono scontri violenti: nel 1967 a polizia sparò e uccise Benno Ohnesorg durante una manifestazione contro lo Scià di Persia al canto di “SA-SS-Scià!”, mentre nel 1968 Rudi Dutschke, carismatico leader del movimento studentesco, fu ferito da una pallottola sparatagli in testa su Kurfürstendamm da Joseph Bachmann al grido di “Sporco comunista!”. Gli studenti accusarono la casa editrice del magnate Axel Springer – simpatizzante di destra che deteneva il monopolio dell’informazione di Berlino Ovest – di avere istigato l’attentato attraverso la pubblicazione dello slogan “Stop Deutschke now”. Verso il 1970 il movimento si era indebolito, ma aveva scosso profondamente il paese ottenendo anche la riforma dell’obsoleto sistema universitario e la nascita del partito di Verdi, di cui Deutschke fu uno dei fondatori. Ma alcuni degli studenti non si accontentarono dei risultati ottenuti e si misero in clandestinità. Berlino divenne il cuore della RAF (Rote Armee Faktion), nota anche come Banda Baader-Meinhof, dal nome dei terroristi che ne erano a capo. Nel corso degli anni ’70 uccisero e sequestrarono importanti personaggi del mondo politico tedesco. Nel 1976 morirono in prigione, la versione ufficiale parlò di suicidio, ma da tali versioni già da tempo il premio nobel per la letteratura del 1972 Heinrich Böll aveva messo in guardia; il 23 dicembre 1971 il Bild-Zeitung titolava: “La banda Baader-Meinhof continua ad uccidere. Rapina in banca. Poliziotto ucciso.” per Böll rappresentò una vera e propria condanna da parte di una giustizia sommaria, che ledeva la libertà d’informazione e incitava al linciaggio. Lo scrittore ravvisò nella manipolazione delle informazioni una sottile, quotidiana distorsione della realtà attraverso la demonizzazione di tutti coloro che sono contro il potere vigente, giustificando e alimentando l’odio verso di essi. Una forma di violenza strutturale, coercitiva nei confronti della libertà tanto quanto quella materiale, fisica. E forse anche peggiore.

O meglio, a giudicare dalla vicenda Dutschke, questa violenza strutturale (ossia veicolata attraverso una forma di consumo di diffusione quotidiana alla portata di tutti, che fa parte integrante della nostra vita dunque) oltre a colpire da sola, infilandosi tra le maglie dell’esplicitazione, può spingere all’azione effettiva, mutando e concretizzandosi in una violenza fisica e penale.

Lungo gli anni ’80 si arriva alla Wende, la svolta, che iniziò nel 1989. L’Ungheria aprì i suoi confini con l’Austria, così ci fu una corsa dei tedeschi dell’Est verso Ovest. Un fiume umano prese d’assalto consolati e ambasciate della Germania dell’Ovest a Berlino Est, Varsavia, Praga e Budapest. Il 4 novembre 1989 vi fu una copiosa manifestazione ad Alexanderplatz, in cui 500000 persone espressero la loro voglia di cambiamento. Il 9 novembre, in una conferenza stampa, il portavoce della DDR annunciò l’apertura dei confini tra Est e Ovest; interpellato da un cronista circa il momento dell’effettiva entrata in vigore del provvedimento balbettò:

“…Da subito.”

Decine di migliaia di persone attraversarono i posti di confine sotto gli sguardi perlessi dei soldati inermi. Ossi e Wessi si salutarono fra lacrime e champagne; assordanti concerti di clacson, lunghe file di Trabant che attraversavano il muro caduto e nell’aria, si dice, risuonavano le note di “Looking for freedom” di David Hasselhoff. Il Problema era scegliere la data ufficiale della riunificazione. Alla fine si è deciso per il 3 ottobre 1990, data della riunificazione amministrativa; il 9 novembre fu scartato perché coincideva sia con il fallito Putsch di Monaco messo in atto a Hitler nel 1923 che con la notte dei cristalli del 1938. Scegliendo il 9 novembre stesso si aveva il timore di poter fomentare adunate neo-naziste.

Dopo il crollo del muro i Pink Floyd suonarono l’album “The Wall” a Potsdamer Platz.

L’8 settembre 1994 l’ultimo contingente militare alleato di stanza a Berlino lasciò la città dopo una solenne cerimonia. Nel 1999 il Parlamento tornò da Bonn a Berlino. Sembra che Berlino abbia i suoi giorni peggiori alle spalle. Speriamo. Sembra impossibile, a sapere i suoi trascorsi, che sia così com’è. A parte i numerosi cantieri che la rivoluzionano in continuazione, è nella gente in primis che si respira questo rapporto col cambiamento: certe creste, certe scarpe, certe gonne le puoi vedere solo lì.

Mercoledì 7 Settembre 2011.

Sicuramente uno dei quartieri in cui la Wende è più visibile e repentina è Prenzlauerberg che giust’appunto mercoledì 7 settembre 2011 ci ha viste calpestare le sue strade. Era un quartiere operaio di Berlino Est. Nel giro di un solo decennio è stata completamente ristrutturata e ora le sue vie sono un susseguirsi di palazzi eleganti, negozi originali e accattivanti. Per raggiungerla da Friedrichshain prendiamo la U5 fino ad Alexader Platz, dove cambiamo con la 2 in direzione di Pankow per fermarsi alla 3° in Eberswalder Str.

Quando riemergiamo in strada siamo circondate da palazzi stuccati, prevalentemente i tonalità pastello. A rovinare l’atmosfera del quieto vicinato solo un vento gelido che spira cocciuto, presumibilmente, dalla Siberia. Abbiamo bisogno di ristoro. Ci avventuriamo nelle vie. In questa ronda scoviamo un parrucchiere amante della nouvelle vague, che ha battezzato il negozio “Belle de Jour” (e de nuit? Mi chiedo).

Poi eccolo, il nostro bersaglio, il Kafee Bar Ludmilla. Nell’aria New Orleans anni ’30, un buon aroma di vaniglia e grassi passerotti che aspettano il bocconcino. Il sole compare e scompare, è ancora indeciso oggi sul da farsi. Abbiamo fede e ci sistemiamo fuori. C’è anche una statua del Buddha, ma ce ne accorgiamo dopo. Poi arrivano il caffè e la torta di lamponi. Ci chiediamo perché uno non lo possa fare sempre di sedersi con gli amici a prendere un caffè e chiacchierare.

La mattina scorre così, con gli abitanti del quartiere che ci sfrecciano vicini in bicicletta, carichi di spesa e di fiori. A pranzo ci spostiamo nella vicina Kollovitz Platz, dedicata alla scultrice e grafica Käthe Schmidt Kollwitz; la sua opera, animata da un’acuta coscienza sociale e politica, è composta di lavori straordinariamente intensi. Era proprio qui, nel cuore di Prenzlauerberg che suo marito Karl Kollwitz aveva uno studio medico. Käthe, quotidianamente a contatto con povertà e sofferenza, conferiva alle sue sculture un tono molto toccante. Faceva parte della prestigiosa accademia d’arte, ma nel ’33 i nazisti la costrinsero a dimettersi, nonostante usassero la sua arte a scopo propagandistico. La piazza a lei dedicata è a forma di triangolo, e al centro ospita un giardino pubblico. E’ qui, al Kolberg 35 che cerchiamo di assaggiare i Käse Spätzle, piatto originariamente austriaco, ma assai diffuso anche quassù. Si tratta di pasta fatta colare direttamente nella pentola e servita con formaggio fuso tipo fontina. E’ dura lasciare quel calduccio. Il vento siberiano imperterrito continua il suo giro, ma anche noi. Tornando verso Alexander Platz c’è il Pfefferberg, un ex birrificio adibito a Biergarten, come ce ne sono molti nella zona. Il concetto di biergarten in questo caso non comprende solo birreria all’aperto e spazio per spettacoli, ma anche un ostello e una galleria d’arte contemporanea. Siamo fortunate; lo spazio espositivo contiene un’insallazione di Evelina Deicumana, artista lettone di Riga, che si è divertita a riprendere un mito della sua terra, quello del lago volante, cercando di riprodurre onde sospese, con tavole di legno parallele, attaccate al soffitto e mosse in oscillazione alternativamente. L’idea era resa bene, ma a parole viene ‘na schifezza.

Dopo questa sosta culturale occorre una pausa super frivola nel cuore della Berlino commerciale: Alexander Platz e i magazzini Alexa. Nella Berlino dove imperversava il socialismo ora sorge un complesso di centri commerciali, a pochi passi la statua di Marx ed Engels. Pare siano state le borse, con i loro indici di rialzi e riabbassi ad avere la meglio. La nostra meta non pare lontana, decidiamo di farcela a piedi ed è un pullulare di negozietti vintage con mercanzia davvero attraente. La rapina sarebbe da fare qui, altro che in banca!

E così scarpinando arriviamo ad Alexa. Ci fiondiamo alle toilettes, 30 cent. Per una pisciata, cavoli qui si vende proprio tutto. Irrinunciabile la gita nei 3 piani di libreria-cartoleria che tocca le nostre papille materialistiche. Usciamo stordite e davanti a noi si apre un negozio di abbigliamento gothic strabiliante. Peccato sia caro asserpentato.

Abbiamo fatto abbastanza per oggi. La parola d’ordine per la cena è SUSHI. Seguiamo la Boxhagener Str. Fino alla curva che fa verso destra e ci troviamo allo Yoko Sushi, locale avvistato nella scorribanda del lunedì mattina, quando avevamo apprezzato nel menu esposto che servivano sushi fritto. Non resistiamo, dobbiamo provare! Ci offrono anche un prosecco. Perfetto. Uscendo mi accorgo che la sponsorizzatissima macchina con cui evidentemente fanno consegne a domicilio ha i fari accesi. Li avverto. Mi rispondono di non preoccuparmi in quanto sempre in movimento. Mi facessi mai un ballino di cazzi miei!

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Während: 6 Settembre 2011

Guten Tag, Berlin!

C’è il sole. Non chiedevamo tanto. La Frühstück ci soddisfa assai e permette a Isil di mantenere la Maginot-Montignac, nuovi trucchi per restare in forma di cui è entusiasta. Purtroppo non riesce a contagiarmi: resto fedele alla dieta ipercalorica, prendo una mela e un succo d’arancia solo per salvare il minimo di parvenza salutista che balugina in me.

Non stiamo più nella pelle. Ci tuffiamo nelle strade del quartiere. Prendiamo la Boxhagener Str. E ci dirigiamo verso Lichtenberg. Poi ci ricordiamo che è il quartiere di quelle merde rincoglionite dei neonazi, viriamo verso Kreuzberg: in realtà la nostra meta era quella e non abbiamo assolutamente voglia di discutere.

E’ una giornata spettacolare. C’è il sole. Una brezza leggera. Fa quasi caldo. Attraversiamo la Sprea col bel panorama di Alexanderplatz e la sua Torre della Televisione (Fernsehturm), dell’Am Oberbaum, il ponte di mattoni rossi che collega Friedrichshain a Kreuzberg. L’Allianz, che qui ha la sede centrale, ha patrocinato l’installazione di una scultura in alluminio che raffigura tre uomini sull’acqua. E’ gigantesca eppure leggerissima. Isil, col suo occhio critico-artistico, osserva che quella zona, un tempo graziata solo dalla Sprea, è stata bonificata e arricchita da quell’opera d’arte contemporanea. Ci chiediamo se gli affitti siano invariati o meno in relazione ad essa.

Imbuchiamo i vicoli e scopriamo i canali di Krreuzberg. L’atmosfera è mite e rilassata. Cani e padroni, passeggini, ciclisti, libri, e sotto il fiume scorre placido. Cammina cammina lo stomaco inizia a brontolare. Non è difficile scovare un posto. Si vede che ai berlinesi piace vivere bene; ovunque ci sono locali ristoratori, e in ognuno vi sono molti avventori: alla gente piace godersi la vita e lo può fare evidentemente. Troviamo un locale improbabile, come tanti qui: si tratta di un caffè sgangherato, con gli interni da salotto vittoriano e calcinacci all’esterno. Piatti, posate e bicchieri son tutti spaiati. Hanno tutta l’aria di provenire da diversi sgomberi. Ci fanno compagnia anche grassi passerotti che importunano ruffiani il nostro pasto. A servirci una muchacha catalana, mi piacerebbe conoscere la sua storia e sapere come da Barcellona sia finita lassù a gestire quella bettola surreale. Ricordo che il locale si chiamava “Senti”, ma la Str. Proprio è fuori dalla mia portata.

Isil approfitta del plein air per spennellarsi le unghie col suo nuovo brillantissimo smalto rosso-vampiro, recente acquisto con cui ha celebrato l’arrivo in Alexanderplatz. Ovviamente non è soddisfatta del risultato, ma che bisbetica indomata sarebbe altrimenti?

Sollazzate dal cibo e dal caffè, che –seppur italiane- amiamo lungo, ci sentiamo orgogliose di essere nel cuore di Berlino. Ma per capire Kreuzberg bisogna rifarsi a Schinkel. Pochi sanno, dice la guida, che è a lui che si deve il nome del quartiere. Chi era Schinkel? Un architetto del XIX secolo, ma cacchio andatevelo a cercare su Wikipedia, ora voglio dirvi altro di lui. Poco dopo che i prussiani ebbero vinto Napoleone (1815) a Schinkel venne commissionata un monumento commemorativo x ricordare questo trionfo e che avrebbe dovuto essere eretto in cima a una collina (“Berg” in tedesco), chiamata Tempelhofer Berg che si trovava da queste parti. L’artista compose una pomposissima e altissima guglia in ghisa, decorata pesantemente con scene di battaglia e supportata da una base a forma di croce (Kreuz); e così collina prima e quartiere poi vennero ribattezzati Kreuzberg. Ora qui sorge il Viktoria Park. La collina è alta 66 m e a Capodanno, in coppa, pare Nappule.

Ci sentiamo molto a nostro agio in questo quartiere e manco a farlo apposta leggiamo nella guida: “Kreuzberg ha sempre avuto una personalità schizofrenica”. Ora si che torna tutto: siamo a casa!

La guida settorializza, in parte, Est e Ovest, col significato che avevano un tempo qui queste parole. Quella che fa leva maggiormente su di noi è sicuramente la parte orientale. Talvolta viene ancora menzionata col suo codice postale pre-svolta (pre-Wende, pre-caduta del muro), SO36. Fedeli, scambiatevi un segno di pace, giungete le mani, leggiamo insieme:

“Questa passata roccaforte anarchica, famosa per i violenti scontri con la polizia durante i cortei del 1° maggio [cazzo di Buddha perché è settembre???] è ancora un mosaico culturale , dominato però soprattutto dalla comunità di emigranti Turchi e di tedeschi di origine turca da cui deriva il soprannome di “Little Istanbul” La zona intorno a Kottbusser Tor (abbreviata in Kotti) è il cuore della comunità. La vicina Oranien Str. È la via della vita notturna”.

Applausi. Abbiamo già gli occhi a cuoricino. Ci dirigiamo, guidate più dal nostro infallibile sesto senso che dalle mappe, a Kotti, dove una piazza multicolore su cui si affacciano palazzi dall’architettura impossibile, offre il suolo a un concerto contro il razzismo.

Tra il pubblico moltissima famiglie con cani e bambini. Entriamo da Rossmann, l’emporio a prezzi stracciati che apre un ulteriore potere d’acquisto tedesco vs l’Italia. Spazzolini, dentifrici, cosmetici vari tutti a prezzi mignon.

Imbocchiamo la mitica Oranien Str. Ed è subito vintage, e poi è la volta del palato Himmelbier (il paradiso della birra o qualche diavoleria del genere) ci stupisce non con la birra, per quella c’è tempo, bensì con una grassissima torta al burro di noccioline.

Siamo come ubriache ma senza aver bevuto. La via è un susseguirsi di luoghi magici, irreali, come il Kjosk; doveva sorgere qui un palazzo, un tempo. Le mura di quello contiguo sono state decorate con estrosi murales di ratti giganti appesi a testa in giù. Tavolini all’aperto, un ping-pong, il bar è un autobus a due piani risalente più o meno agli anni ’70.

Certe cose sono possibili solo a Berlino. Qui ci stanno da dio, ma altrove sarebbero impossibili, come un cazzotto nello stomaco e che rende Berlino quello che è.

Anche i negozi di abbigliamento esibiscono idee originali… se solo avessimo vinto la lotteria! Non possiamo rinunciare però Isil a un paio di manicotti alla “più bella del reame” caldissimi, nerissimi, bellissimi, io a un vestitino color ottanio, che scopro essere “il mio colore”. Se non sapete quale sia chiedetelo a Isil, è lei che mi mette in testa queste cose!!!

E’ ora di cena. Stasera tocca alla braciola di maiale fritta, la Schnitzel. La mangiatoia è in zona. Dal Kjosk prendiamo la Manteuffeln Str. Che fa angolo con la Oranien Str., poi la seconda a destra (Musikauer Str.) e infine la prima a sinistra. Così si arriva in Pückler Str., un gioco da ragazzi. Accanto a un Markthalle (Mercato al coperto), si trova il Welt Restaurant. E’ un locale poco frequentato dai turisti, ma molto dai berlinesi. La dritta infatti ci era arrivata da amici di Isil che avevano abitato nella città. La sera è mite; ceniamo fuori. Lo chef offre porzioni grandi o piccole. Vediamo arrivare le porzioni grandi per i crucchi che ci stanno intorno; le guardiamo, ci guardiamo e optiamo per il formato Klein. Meno male. Brindiamo con Erdinger Weissbräu. La carne è favolosa, si scioglie in bocca.

Buona notte mondo.

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Prima e dopo

Nach: 12 Settembre 2011

Aspetto il check-in per Francoforte. Gate A-9. Isil se n’è andata presto, doveva raggiungere l’aeroporto di Schönefeld per spiccare il volo verso la Scandinavia. Io invece ho avuto tutto il tempo per rotolarmi ancora un po’ nel letto (dopo averla salutata naturalmente), andare a fare colazione e fregare due panini per il pranzo, ma che alle attuali 10.05 ho già consegnato ai succhi gastrici, e dirigermi verso Tegel col TLX; al seguito l’immancabile valigia cargo, sempre troppo pesante e colma di fandonie. Si chiude il cerchio. Ripercorro al contrario la Berlino di una settimana fa. Si parte da Alexaderplatz, entrando gloriosi in Undert den Linden, un saluto veloce alla Porta di Brandeburgo e poi via verso la colossale e futuristica Hauptbahnhof, in ferro e vetro dove arrivano treni, metro, donne, uomini, vecchi e bambini, oppure partono, insomma dove c’è un gran via vai. Dopo ci si intrufola nell’Alt-Moabit, costeggiando il vasto Justizvolzugsanstalt Moabit, il carcere in cui furono reclusi Erich Mielke, ultimo capo della STASI, e i terroristi della RAF (Rote Armee Faktion), Ulrike Meinhof e Andreas Baader.

Questa settimana è scorsa veloce e fulminea, in proverbiale stile vacanza. Eppure ci è sembrato passato un secolo. La città ha consumato nelle suole, rimpinzate nello stomaco e nella cellulite e appagate nel cuore e nei neuroni, senza farsi minimamente scalfire.

E’ un luogo che è stato più volte sventrato da guerre, diviso dal muro dal 13 agosto 1961 al 9 novembre 1989, quartier generale della morte di dio, ma anche della “svolta” degli uomini. Come si è chiesta Isil, “Come si fa a non avere rispetto per questa città?”. Ti rapisce, ma resta inesauribile. Cito sempre Isil, è “policentrica”. Varrebbe un viaggio per ogni quartiere, bisognerebbe viverci per capire tutto ciò che ha da offrire e anche questo non basterebbe.

E’ stata una settimana densa di passeggiate, viaggi sulla metro /tram/bus, sotto la pioggia e il vento o sotto il sole e il caldo. Volti, luoghi, acconciature impossibili, coraggiosi esperimenti del guardaroba, storia, arte, cultura, mercatini e torte.

Il tempo è volato via, ma si è anche dilatato, nel potere lisergico di un’amicizia duratura dalla verve intatta di 10 anni fa.

Una delle costanti del soggiorno è stata il rossetto rosso, indossato in onore (di Elizabeth Arden e) delle Suffragettes che lo usavano a vessillo della loro indipendenza, ma non possiamo tralasciare le parolacce e le bestemmie, che sovente hanno condito il nostro eloquio.

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino.

Während: 5 Settembre 2011

E così finalmente sarei nell’agognata condizione vacanziera. Oggi si parte. E m’importa un fico secco del resto del mondo. Oggi ci siamo io e il mio viaggio a Berlino. Cazzo.

Bugia; quel sant’uomo del Vallosballo che mi accompagna all’aeroporto lo sa. L’essere con lui lì, mi rende protagonista del corto “Kleenex a Peretola - quando un piccioncino vola e l’altro resta a terra”.

Un uomo? Ebbene si! Abbiamo due correnti di pensiero in proposito:

1) Il Vallosballo è un monaco buddhista che, in quanto tale, riesce a sopportare le mie nevrosi, ma ha dovuto sciogliere il voto di castità.

2) Il Vallosballo è il caso della mia futura tesi in Criminologia. Siete tutti invitati alla discussione.

Questa seconda visione viene avvalorata soprattutto quando, presentata ai di lui amici, essi mi si fanno incontro scuotendo la testa, talvolta anche abbracciandomi compassionevoli. In ogni caso, ci si trova a fare il contrario di ciò che uno si sarebbe mai aspettato ed ecco spuntare il kleenex all’aeroporto, perché anch’io, pur avendo l’andatura di Rumenig e bestemmiando più di uno scaricatore di porto, in fondo in fondo ho un cuoricino tenero. In fondo.

Il Vallosballo, con le braccia che si ritrova, oltre ad essere un perfetto luggage-assistant, mi ha aiutato a calibrare il peso della valigia. E’ nota la mia incapacità assoluta nel confezionare bagagli leggeri. La mia valigia è grande e pesante, è un dogma. Ci provo tutte le volte, ma non c’è niente da fare, ne sa qualcosa la mia schiena. Appena chiusa la valigia ho chiesto al Vallosballo cosa ne pensasse.

“ Dio bono, che devi stare via un mese?”

Ho deciso di togliere gli smalti e qualche maglia, dato che Valetudo ci aveva assicurato che il tempo di Berlino era identico a quello toscano ( e parlava con cognizione i causa essendoci stata l’anno precedente in un periodo simile), ma l’ho presa un po’ troppo alla lettera, dato che vive ad altitudini più fresche. Poi mi son fatta coraggio e ho tolto anche un paio di guanti e una sciarpina. Il Vallosballo mi ha guardato scoraggiato. E’ stato in quel momento che ho visto spuntare un’aureola dietro la sua testa.

Al check-in la bilancia segna 19,8 kg. Poi viene l’ora del metaldetektor. Coi baci di saluto avevo scordato una bottiglietta d’acqua nello zaino. A quel punto vogliono vedere tutto. Cerco di scoraggiarli trangugandomi tutta l’acqua d‘un fiato ed esplodendo in un prevedibile rutto, niente da fare. Le guardie non mollano. Dio onnipotente. Andata. Mi lasciano accedere alle porte d’imbarco. Respiro forte, ci siamo, si parte.

Durante il viaggio leggo a manetta la guida, rigorosamente una Lonley Planet. I due mesi in cui avevo avuto tutto il tempo di farlo se ne sono volati tra salti-riposo, spiaggiate e km dalla città alla costa, e quindi eccomi all’ultimo minuto. In realtà l’avevo già consultata per il viaggio del 2008 con Valetudo, ma dato che non mi ricordo cosa ho mangiato ieri sera, posso mai ricordarmi cosa avevo letto 3 anni fa?

Atterro a Berlino al tramonto, il cielo è aperto giusto a ponente, una figata pazzesca. Col TLX raggiungo Alexanderplatz e da lì mi fiondo in metro, la U-Bahn come la chiamano da queste parti, per raggiungere, con la U-5, Frankfurter Tor, la fermata dell’Ostello. Riemergo. Me la ricordavo ancora bene. Imbocco la Wrschauer Straße e giro alla seconda a sinistra in Grünberger Straße. E qui è il finimondo: sirene spiegate, Polizei, 112 e Vigili del Fuoco. Pensando a Isil, mi dico:

“Brava la mia piccola piromane!”

Presumibilmente doveva già essere all’ostello, punto esatto in cui i mezzi di soccorso si accalcavano. E invece era il palazzo di fronte. C’era un gatto su una grondaia che non riusciva a scendere.

Entro all’All-in-Hostel; l’altra volta ero con Valetudo. Ci siamo trovate bene qui, tanto che lei l’estate scorsa ci è tornata con Bourgugnon e io ci sono adesso con Isil. E’ il nostro Hilton. Al desk mi spiegano che posso prendere l’ascensore. Occhio, perché qui son precisi con le parole: “posso”, ma non “devo”, se voglio sfondarmi le vertebre col cargo su per le scale a chiocciola non devo che accomodarmi. “Posso”, non “devo”. Mi dirigo verso l’ascensore. I numeri dei piani erano sfalzati. Così schiaccio 3, che è il 2, perché a me serve il 2 che però è l’1. Pronta per la tombola esco dall’ascensore e opto per la chiocciola. Girello su e giù per il corridoio, finchè non scovo la stanza. Busso, silenzio. Inserisco la Key-card (nel mondo civilizzato le chiavi non esistono più) ed eccomi arrivata. C’è qualcosa che non mi quadra: 6 letti e nessuna traccia di Isil. 2 indizi fanno una prova. Scendo furiosa alla Recepcion, senza mai abbandonare la cargo.

”Perhaps there’s a mistake”

Ruggisco. E invece il mistake non c’era. Ciò che non c’era erano le camere doppie, era rimasta solo una cameraten a 6 letten, e io che credevo che avessero capito che abbiamo gli amici immaginari e le triple personalità (3 e 3 fa 6 a casa mia)!

Ma Isil?

Torno su. Proprio mentre sto per chiamarla, pur sapendo che il suo telefono in Germania faceva cilecca, eccotela armeggiare alla porta. E in realtà mi accorgo che tracce di lei ce n’erano a bizzeffe, solo che con i letti a castello chi le aveva notate? Chi altro poteva leggere una rivista di art & design in svedese?

Abbraccio pitonesco.

Gioia di rivedere chi non vedi da molti mesi, troppi.

Quando ti incontri così è un lusso dire “a domani”. Cose normalmente banali acquisiscono un sapore eccezionale. Che cosa impagabile darsi appuntamento in centro a Berlino!

Siamo stanche dal viaggio. Isil peggio di me, dato che si è alzata alle 3.30 del mattino. Ma siamo cariche di adrenalina e soprattutto affamate. Friedrichshain offre pane per i nostri denti. Basta scendere in strada, pullola di posti dove sfamarci. A soli 20 m troviamo un posticino dove fanno i Wurst, panini col wurstel. Ce ne sbafiamo 2 a testa, con un Apfelschorle a mezzo (succo di mela gassato), per una spesa di 5 euro a testa. Chi ha detto che Berlino era cara? Rientriamo in ostello quasi subito, per una pesante dormita, contro cui neanche le danze reggae al piano superiore di una scolaresca in tempesta ormonal-demenziale hanno potuto nulla.

Ich bin die fesche Lola. Due bisbetiche indomate a Berlino. Nach: Campa cavallo

Non ci siamo trasferite a Berlino cambiando identità. Non ancora. Semplicemente non avevo aggiornato il blog per pigrizia. Lavativa che non sono altro! Pelandrona! Ormai è lontano infatti il mio rientro in Italia. .. Non oso contarne i giorni…

Berlino non si esaurisce, ma esaurisce te: è sterminata, o ci vivi, o devi tornarci un miliardo di volte, ma non per vedere tutto - non vi illudete- per vedere qualcosa. Tanto cambia sempre e vi frega. I cantieri ci sono e non solo per la prossimità di una qualche elezione politica più o meno locale, come invece si vede da noi. Ricordo ancora una donnina nel 2004, quando lavoravo con Valetudo nella Biblioteca di Borgo San Lorenzo, che in occasione delle elezioni del nuovo sindaco e vedendo che ogni buca era transennata e prossima ad essere riparata esclamò:

“Ci vorrebbero le elezioni ogni 6 mesi!!!”

Ed inoltre questi cantieri non intralciano il traffico. Anche per questo ho un esempio della differenza con le terre nostrane, sempre di saggezza senile, che si esternò all’interno di un autobus stracolmo bloccato nel traffico da 40 minuti (tempo di percorrenza dell’intera linea 20 minuti) nel capoluogo toscano sventrato da scavatrici e asfaltatrici:

“E voglian fa’ niuiorke! Ma Firenze l’è piccina!”

Qui, a Berlino cioè, semplicemente torni e le cose son diverse.

E a dire il vero c’erano anche le elezioni, le amministrative locali, tutto tappezzato da manifesti con dei bei faccioni, ma si trattava di una contingenza.

Devo tornare a quei giorni purtroppo andati ormai; mi serve un manoscritto quindi. Il fatto che sia il mio diario di bordo di quella vacanza, non lo rende meno mano-scritto. E’ interamente scritto a mano, dato che spiano hardisk come fossero pasta per la pizza. E poi faceva troppo Heminguay estrarre la moleskine dalla borsa e prendere note. Ma faremo finta che l’abbia vinto con una mano a poker in una bisca clandestina di Caracas.

Partirò dal fondo, ma tornerò subito indietro.

domenica 22 gennaio 2012

Buonconvento, ovvero Margaret Tatcher, Iron Maiden e ferro da stiro.

Secondo l’almanacco il sole è sorto alle 7.41 e tramontato alle 17.11, raggiungendo l’altezza massima alle 12.26 con 26,7°, mentre la luna è sorta alle 6.05 e tramontata alle 15.21, in fase calante. E’ il 22 gennaio 2012 e Gli Squali si son tuffati nelle chiare fresche e dolci acque di Buonconvento. Per i geogrofobici la provincia è quella senese.

Sulla città del palio e dintorni il cielo è previsto in tendenza da poco nuvoloso a nuvoloso, i venti variabili. Si oscilla tra 1 e 13°C, non c’è male. E soprattutto, che ce frega? Siamo al coperto!

In realtà i Selachimorphi sguazzano già da 24 ore, ma su quelle non ho voce, dato che ero assente; mi limiterò per esse a quanto mi è stato riferito, più o meno sopra le righe. Ci sono diverse new entry e oggi ho svolto soltanto un ruolo di ultras… peccato che non abbia potuto portare con me Gennaro, ottantasettenne compagno del centro anziani e sfegatato tifoso del Napoli, che mi avrebbe sicuramente dato ottimi suggerimenti, trombette e cartucce. Quasi quasi gli propongo un 50 stile libero negli M 85; il vecchio Gennà farebbe la sua figura. E poi, cari Squali, lo sapete, son crediti all’università, io ci penserei! Non so come gestirebbe la dentiera durante il tuffo, ma vista l’agilità con cui schianta petardi a mitraglia non mi preoccuperei troppo.

Ho fatto del mio meglio per arrivare puntuale all’appuntamento delle 6.45 davanti alla 01. Ho dovuto puntare molto prima la sveglia, e predisporre macchinetta del caffè, tazzina, crema anticellulite e contorno-occhi prima di coricarmi. Ho indossato gli occhiali da sole più grandi che avevo in modo da celare l’esplosione degli orbicolari dell’occhio ed in sella mi sono precipitata al centro sportivo. Avevo deciso di andarci a piedi, ma avrei tolto prezioso tempo al sonno ed inoltre passare sotto la stazione a quell’ora mi faceva fatica.

Ho l’auto in panne, così mi trovo con Babbobrando – che ben presto attaccherà un fiocco azzurro alla porta - e il Magnifico che partono stamani pure loro. La mia cara quattroruote ha una bobina fulminata. Credevo di avere una Matiz e invece ho una Rolls-Royce, dato il costo dl pezzo di ricambio, ma continuo a chiedermi che fine abbia fatto Ambrogio con i cioccolatini…

Per fortuna il Magnifico mi cede il posto anteriore: soffro il mal d’auto, che credevo, con la maggiore età, di aver superato, invece era perché avevo iniziato a guidare.

Alle 6.45 esatte Babbobrando gira la chiave e si parte alla volta di Siena. Strada facendo troviamo una nebbia da affettare col coltello e due passaggi a livelli chiusi, che facevano passare lo stesso treno... A quell’ora di domenica mattina mi ci gioco le palle che era l’unico treno in moto in tutta la Toscana. Ma non avevano diminuito le corse alle Ferrovie dello Stato? Proprio noi lo andiamo a beccare e proprio quando ormai siamo arrivati e scalpitiamo per accedere al bordo vasca!

Meno male mi ero portata le ciabatte! Diciamolo, non è una novità: un paio di ciabatte, come un rotolo di cartigienica, son sempre presenti nella mia borsa: come farei altrimenti quando i lupini ai piedi non mi danno pace? Ma soprattutto meno male mi ero portata la maglietta della squadra. Io ho quella vecchia ma d’altra parte, come mi ha fatto notare Frogman, ciò è perfettamente in linea con una vecchietta come me.

Mi accolgono festosi e con i postumi della serata precedente il Coach, Frogman, Biederman, Beppe e Carletta, la nostra mascotte di peluche. Mi raccontano dei bagordi delle ore precedenti: saranno esentati per i prossimi sei mesi dagli allenamenti con squat di Pippo, visto che hanno tirato su De Andrè a ripetizione. Abbiamo scoperto di avere un Cubista tra noi e un lanciatore di dolci: Biederman, oltre a fare incetta di medaglie, si è specializzato nel catapultare, in questo caso verso il Cubista, pezzi di millefoglie su forchette incustodite e preda al suo agitarsi di mani sui tavoli.

C’è il riscaldamento, che voglia di tuffarsi! Mi butto sul cibo per consolarmi e convinco le fidanzate di Beppe e del Buonarroti, anch’esso nuovo acquisto, a scortarmi al bar.

Facciamo appena in tempo a rientrare per l’inizio della manifestazione; io ovviamente ho ancora un pezzo di cornetto che mi spunta dalla bocca.

100 farfalla; al posto, via! In sottofondo Renato Zero cinguetta di triangoli. Corsia 2 Biederman, corsia 4 Buonarroti, buono l’effetto scenografico delle cuffie sui blocchi. Le teste rosse si tuffano, e ottengono il primo un bronzo con 1’,06”,18, mentre 1’,02”,18 il secondo. E meno male che era fermo da non si sa quanto!

Poi è la volta dei 100 dorso. Qui si affronteranno Babbobrando e il Cubista nella stessa batteria, e in quelle successive il Magnifico, che degna questa specialità della sua presenza solo perché s’è messo in testa di fare l’Iron master… E dire che ai miei tempi di Iron c’erano Margaret Tatcher, gli Iron Maiden e il ferro da stiro. E il metallo il Magnifico in questa specialità raccatta: col suo 1’,06”,63 conquista la medaglia d’argento. Mentre Babbobrando totalizza un 1’,25”,30 e il Cubista, che ballava mentre nuotava perché è più forte di lui, un 1’,25”,66.

Dopo i 100 dorso non potevano mancare i 100 rana e sui blocchi questa volta vediamo: Beppe, che su “Satisfaction” dei Rolling Stones raccatta un 1’,43”,18, Biederman che, accompagnato da “Seven Nation Army” degli White Stripes, arriva in 1’,21”,35 e il Coach che tra una samba (“Màs que nada”) e l’inno dei mondiali porta a casa l’oro in 1’,20”,07.

A questo punto il dj deve essersi tuffato, perché non si è più sentita volare una mosca fino ai misti. Così per gli affollatissimi 50 stile libero la colonna sonora erano le bracciate nell’acqua. In questa occasione mi è stata affidata la telecamera della società… ma non lo sanno che ho un’età e c’ho il palletico??? Chissà che ho combinato! In ogni modo la mia parte di film è quella su Frogman, che ha svolto la sua gara in 36”,47, tempo in cui io devo ancora fare la virata…

Il cubista resta sui 30 con 30”,36. Si scende sotto con Babbobrando 29”,69, tempo che gli vale l’argento, fino a 26”,39 col Buonarroti… se si fosse allenato andava sulla luna…ma dato che era calante ha pensato bene di lasciar perdere. E’ come quelli che dicono, mettendosi a tavola, che non hanno fame… Non so se avete presente…

Improvvisamente Ligabue ci dà una scrollata, arriva e balla sul mondo. Sono i 100 misti, il dj deve essere riemerso. Quando si tuffa il Magnifico Giuni Russo canta “Un’estate al mare”, ma il pescecane non le dà il tempo di finire toccando la piastra in 1’,05”,41. Tradotto in medaglie significa argento. In realtà di questa prova avevo realizzato un video col cellulare, ma ho dovuto eliminarlo, perchè si sentono le mie bestemmie mentre mi passa davanti la giudice di gara con i capelli freschi di cotonatuta. Ma dove si credeva di essere, negli anni '60???

Dopo seguono le staffette. Provo malinconia: data l’età avrei potuto disputare l’ultima gara da sola. La verità è che son mancate le donne. La nuova squaletta, Federica (così detta perché Pellegrini della situazione), si è fatta valere il sabato totalizzando più di 1560 punti, arrivando III nei 50 farfalla e I nei 50 rana… Ma la Grisbina ci è mancata moltissimo e con lei i suoi portentosi biscotti. E anche Miki alias “Ahbbella!” (la batezzo così per le sue origini romane), la dorsista della squadra ha risposto “assente” all’appello, mannaggia… La Supernova è a puntare telescopi dalla Francia… Coach Pizzul asserisce imbronciato che la staffetta ci avrebbe portato ancora più punti, ma quella senza donzelle non s’ha da fa’. Una consolante conclusione alla giornata: a quanto pare non siamo solo destinate ad azionare lavatrici. Ragazze sveglia! Gli Squali ci salveranno da un mare di guai!