venerdì 3 febbraio 2012

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Während: Domenica 11 settembre 2011

E’ arrivato l’ultimo giorno anche per questa vacanza. Maledetto! Alla fine è volata, come tutte le cose belle. Dice che è per questo che sono belle. Mi pare una grossa presa di culo, ma comunque resta così.

E anche domenica mattina è assolutamente rilassata. Anche oggi il tempo è clemente. Anzi, è così bello che diventa quasi antipatico, fa caldo, troppo caldo. Abbiamo gli strati a cipolla per coprirci, non i veli delle odalische per svestirci. Due passi e voglio liberarmi della canottiera. Di questo passo mi scorticherò viva. E’ da bikini. Con tutte le bizzarie che circolano potrei anche indossarlo, non verrebbero certo a notare me. Restiamo in zona. A Friedrichshain per chi non l’avesse capito C’è un mercato delle pulci vicino alla ferrovia dove ritroviamo i bruschettari e un occhialaio matto (no il cappellaio, l’occhialaio, quella è un’altra storia e l’ha già raccontata Carroll): ha modelli griffati ma le lenti, super tecnologiche le mette lui. Forse è un ottico del Max Plank Institut di Heidelberg che ama Vivienne Westwood. Produce lenti per tutti i gusti: da vista, per vedere i pianeti di notte, per il cine in 3D e sotto i vestiti alla gente; per quest’ultimo modello vuole 200 smutandatissime carte.

Oltrepassate le bancarelle c’è un centro dove è possibile arrampicarsi e andare sullo skate. Rde di famiglie lo invadono. I ragazzini sfrecciano sulle tavole, per una mamma italiana roba da crepacuore, ma per queste stangone germaniche non c’è problema.

La gente invade la strada, son tutti fuori, non c’è gente in casa, o quella che c’è sta facendo il brunch con gli amici sul balcone, ciò che ammiriamo e consideriamo un lusso. E’ il nostro concetto di lusso, ben diverso da quello dei giovani rampanti che ieri affollavano i locali del Gendarmenmarkt in polo e Mercedes slk.

Non sappiamo dove sederci per il nostro brunch, i tavolini affollano i marciapiedi affollati a loro volta. Al Kuchen Raush in Simon Dach Strasse c’è un buco. Ci spariamo una colazione pantagruelica, un brunch… le porzioni son così la domenica mattina. Io soprattutto devo approfittare; chi lo fa mai il Brunch vicino all’equatore? Mentre Isil, dagli Ostrogoti dove abita può permetterselo ogni tanto.

Per il caffè scegliamo un locale francese, dal proverbiale nome “Oh-là-là”, veramente carino, come si addice a un caffè francese. Hanno anche le zollette di zucchero fatte a cuore.

I locali sono a bizzeffe, ti verrebbe voglia di provarli tutti e in questo Berlino è inarrivabile, non basterebbe davvero una vita.

Viriamo verso il centro, in direzione delle gallerie Hackerscherhofe degli anni ’20.

Accanto c’è una ex fabbrica adibita a cinema d’essay in cui vediamo “Giulia non esce la sera”. Il culo di beccare un film italiano, che in tedesco è solo sottotitolato. Qui è tappezzato di graffiti, tra i quali un padrino, un uomo in bici e una tv con sullo schermo ripetuta la parola “Berlusconi” e al di fuori il messagio: “Please turn off this tv” e se l’hanno capito quassù sarà ora di spegnerla ‘sta televisione, o no?!

All’uscita del cinema è pioggia, ci fiondiamo nella metro. Fa anche freddo ora. Il cielo plumbeo non lascia speranza. I numi ci scaricano addosso tutta la loro ira finchè non raggiungiamo un Currywurst; saranno state le infinite bestemmie che hanno fatto da colonna sonora al soggiorno. Vogliono la guerra? E guerra sia. Sguainiamo le nostre imprecazioni migliori. Solo dopo ci accorgiamo che i cuochi sono italianissimi e hanno compreso ogni sillaba da noi pronunciata.

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Während: sabato 10 settembre 2011

E’ già sabato. Rifuggiamo da questa tragica idea. C’è il sole, è caldo, è meraviglioso. Si parte subito alla grande. A 20 m dall’ostello c’è una fantastca libreria dove tiro un urlo da gallo da combattimento individuando nello scafale Der Maister und Margareta, per cui Isil ha una crisi ai timpani. Mi spiace aver strillato in quel modo, ma dopo aver tanto cercato in lungo e in largo ci stava.


Boxhagener Platz. Colorato e variegato mercato del sabato mattina. L’atmosfera è distesa, la gente è rilassata. Fragole, calzini, bruschette, orecchini, bracciali e chi più ne ha più ne metta. Fantastichiamo di aver sabati mattina da poter spendere così, in una bella città, rilassandoci a passeggiare tra alberi e palazzi colorati, negozietti vintage dalle collezioni strabilianti.

Proseguiamo per la Boxhagener Str. Dove ci attende la seduta agognata da una settimana alla Strichninen Gallery. Lo shop ha un campionario di abitini gotico-burlesque davvero notevoli. Nella galleria c’è una mostra di inquietanti bambole, elfi diabolici e feroci cacciatori dallo sguardo di cerbiatto, Marieantoniette perfide, donne-fiore carnivori, curate nei minimi dettagli. Chissà quanto ci hanno messo gli artisti a confezionarle. E’ tutto gratis e fotografabile. Son convinta che in Italia sarebbe stata vietata ai minori di 14 anni, invece lì non pochi genitori entrano con i loro pargoli.

La giornata è iniziata alla grande e il sole ci risveglia dal torpore di vento e pioggia dei due giorni precedenti. Sereno variabile. Variabilissimo.

Va così bene che troviamo aperto il negozio di dischi sulla Warschauer. Era tutta la settimana che ci passavamo davanti, sempre chiuso. La nuvoletta che ci sbuca dalla testa appena lo vediamo contiene la frase:

“Che lusso avere un negozio di dischi e tenerlo aperto solo il sabato.”

Ci avevo adocchiato un vinile dei Motorhead per il Vallosballo, dato che è uno dei suoi gruppi preferiti e che merita una ricompensa per la storia della valigia. Entriamo, la tipa fuma. Questo ci rimanda ad atmosfere decisamente anni ’80. Ma spippola su un portatile di ultima generazione. Il doppio 33 giri è fuori dalla mia portata, me ne accorgo mentre i Rollig Stones ci tengono compagnia in filodiffusione. Ci sono tanti tesori che purtroppo non mi restano appiccicati alle dita. Esco con un live degli ACDC, Bon Scott alla voce, sotto il braccio.

Dalla Waschauer passa il tram. Oggi prendiamo quello per raggiungere Prenzlaueberg, ammirando un altro pezzo della città nel tragitto; Berlino è incredibilmente enorme. Firenze sarebbe esaurita in un solo quartiere. Sulla mappa apre tutto vicino. Non ricordo in che scala fosse, ma se decidi di raggiungere qualsiasi punto a piedi devi metterti l’anima in pace e le gambe in spalla e scarpinare. Dal tram si vede benissimo.

Per il pranzo ci imbattiamo, per puro caso, nel primo Biergarten della città. Aperto nel 1837, il Prater Garten di Kastanien Alee offre uno spazio di ristoro e svago con tavolini all’aperto, spazio per gli spettacoli e birra a fiumi. Dal menu scegliamo una patata col quark, che non è la trasmissione di Piero Angela, ma un formaggio morbido tipo Philadelphia, con erba cipollina , molto simile alle potatoes di Carnaby Street a Londra, da mandar giù con l’immancabile Berliner. Chi lo ha detto che è una bevanda turistica? Siamo circondate da diversi avventori tedeschi che hanno diverse berliner davanti a loro. C’è anche un gruppo di cicloturisti di mezza età vagamente arrocchettato: uno di loro ha i gomiti sanguinanti.

In realtà siamo alla ricerca di un caffè dove puoi comprare tutto, caratteristica che lo accomuna a un pub di Stoccolma; tutto significa proprio tutto: ti piace la sedia dove dei seduto? O il tavolino vicino? O la cornice appesa al muro? Basta che paghi te li puoi portare via. Si trova in Odeberger Strasse, sventrata dai lavori. In stile primi anni ’70, vanta al suo interno (nell’andito dei cessi per la precisione) un vecchio televisore Blaupunkt. Ti senti a casa. Sembra di entrare in un qualsiasi salotto 40 anni fa, è un salto nell’infanzia. Ci sono anche foto di squadre di calcio amatoriali risalenti alla stessa epoca, ma quello che più ci colpisce è la foto di un’anziana coppia che domina dallo stipite nella saletta interna; la foto è collocata precisamente dove nei nostri ristoranti montani stanno le teste imbalsamate del cinghiale o del cervo. Guardando i ragazzi del bar si può facilmente calcolare che quelli saranno stati i nonni. Ma c’è qualcosa che non torna, la scena è sinistramente manchevole di qualcosa. Ci guardiamo intorno. Il caffè KAUF DICH GLUCKLICH (compra beatamente), trionfo definitivo del capitalismo nella zona, ha tutte le caratteristiche di un appartamento del piano terra. Quando ordini i profumatissimi waffel ti chiedono il nome e quando te li portano ti chiamano, fanno l’appello come a scuola, ti puoi sedere dove vuoi, ti ritroveranno. A ben guardare quello non è un caffè, è un salotto, una casa. E parte il film: i ragazzi del bar, tanto precisini, così impeccabilmente educati, hanno trucidato i nonni, che attualmente sono a pezzi nel congelatore, acquisendo la casa che poi hanno trasformato in grazioso caffè. Resta il fatto che questi Waffel sono deliziosi.

Scioccate da tale acquisizione decidiamo di sostarci verso il centro con la M1. Scendiamo dietro l’Isola dei Musei. Il tempo regge. Ci godiamo la passeggiata attraverso i canali sulla Sprea fino a Undert den Linden. Il nostro prossimo obiettivo è la merenda; i Waffel del KAUF DICH GLUCKLICH erano il dessert del pranzo, non mischiamo il culo con le 40 ore! Lungo il viale si trova una raffinata pasticceria viennese, l’Opernpalais, dove abitarono le 3 figlie di Federico Guglielomo III. La varietà di torte che si apre davanti ai nostri occhi è folgorante, roba da film. Le vorresti assaggiare tutte, ma ti dispiacerebbe rovinarle. In sottofondo va il Danubio blu. Decidiamo per una follia alle mele e una delizia con le prugne, accompagnate da caffè naturalmente. Comodamente sedute ci rendiamo conto che i tavolini circostanti sono esclusivamente occupati da ultraottantenni benestanti. Allora Isil non può fare a meno di pensarci da vecchie a prendere il thè; Isil si farebbe largo con la mazza, strillando sull’autobus “Giovanotto mi ceda il posto a sedere!”, io avrei un boa rosa al collo, mentre il Serpente Corallo avrebbe un bastone con l’impugnatura a forma di teschio, data la sua natura medievista. Delle VB (vecchie bastarde) in piena regola, che guardano in cagnesco i giovani.

Ci rendiamo conto di esserci imbattute spesso in molte cose che desideravamo visitare per caso, è così che Isil ha un’intuizione rivoluzionaria, al cui cospetto ho l’onore di esser stata: uscirà presto in libreria la sua guida turistica di Berlino edita da Abraxas Editionen, dal titolo Berlino per caso – Scopri la capitale tedesca alla cazzo di cane. L’audace autrice voleva usare l’occhiello come titolo, ma come assistente editoriale mi sono permessa di consigliarle di lasciare la vita spericolata ai cantanti emiliani. Ha desistito; sarebbe passata sul mio cadavere.

Dato che ci siamo arriviamo alla Porta di Brandeburgo, ma non passando per il viale alberato, che è pur ricco di centri nevralgici per la città (Neue Wache, Staadsbibliotek, Humboldt Universität, ecc..), ma svicolando lateralmente. Passiamo quindi per la tristemente nota Babel Platz, dove i nazisti, il 10 marzo 1933 organizzarono il loro primo rogo ufficiale di libri, in cui arsero opere di autori considerati sovversivi come Brecht, Mann, Marx e altri; fu la fine della grandezza culturale di Berlino, acquisita nei secoli precedenti. E si sa dove son pronti a bruciare libri cosa son pronti a fare… Anche se non ci siamo state è bene sapere che in memoria dello scempio è stato fatto un monumento che consta di una biblioteca sotterranea dagli scaffali vuoti.

Continuiamo la nostra passeggiata raggiungendo Gendarmenmarkt, in precedenza sede di un fiorente mercato. Qui sorgono speculari il FRANZOSICHER DOM e il DEUTSCHER DOM (il duomo francese e quello tedesco), un duo architettonico estremamente armonioso. Fu voluta nel 1700 dall’Elettore Federico III, che poi sarebbe stato Federico I, come centro di Friedrichstadt. Il nuovo quartiere fu prima abitato dagli Ugonotti, i protestanti francesi cacciati dal re sole nel 1685. In effetti la parola Gendarmenmarkt deriva dal francese Gens d’arms, reggimento prussiano di soldati ugonotti, di stanza qui all’epoca. Una statua di Friedrich Schiller (leggo sulla guida, di Reinhold Begas) spicca al centro della piazza. Trafugata dai nazisti, finì a Berlino Ovest. Rivarcò il confine nel 1988, durante uno scambio di opere d’arte tra le due nazioni tedesche.

Ovviamente trovandoci lì non potevamo perderci un tour “guardare e non toccare” alle gallerie Lafayette del Friedrichstadt Passagen, per poi arrivare alla Porta di Brandeburgo. Lo spettacolo è più suggestivo del solito. Pensare che a pochi metri passava il muro mi manda in bestia. Che scempio! Ma stasera la porta è strabiliante. Si festeggia una sorta di Giubileo Germania-Giappone, anche se non si capisce bene quale; assi simili, che hanno visto protagonista pure Roma, non preludono certo a un clima pacifico, che invece anima questa iniziativa. Dipinti di Hokusai e colleghi vengono proiettati sulla porta al suono di musiche tradizionali nipponiche. La vista è veramente singolare, una fortuna averla beccata.

Ormai è buio. Ci dirigiamo verso il Reichstag, a un passo, ma per entrare e salire sulla cupola di vetro bisognava aver prenotato su internet almeno 3 gg prima. Certo, come no?!

Vaghiamo per Mitte, ma il centro di gravità permanente della giornata resta Prenzlauerberg; a pranzo il Prater ci era piaciuto, così bissiamo. Tanto per vedere se avevamo capito bene.

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Während: Venerdì 9 settembre 2011

Mi ero messa in testa di portare in ricordo a Valetudo Der Meister und Margareta, suo libro preferito. Tutte le librerie che giriamo, centrali o periferiche, contenevano l’opera omnia del maledetto russo, ad esclusione del Maestro, figurarsi di Margherita. Ma non ci diamo per vinte, anche perché Isil in metro ha avvisato una signora con una fodera comprensiva di segnalibro che si abbinerebbe alla perfezione. E così tentiam anche a Friedrichshain, sulla strada x la U-Bahn. Nada de nada, picche. Lasciamo perdere e ci dirigiamo verso il Bode, x quella che sarà la mazzata finale dei Musei per questa vacanza. Il progetto iniziale prevedeva infatti di dedicare il sabato e la domenca all’Altes e alla Gemäldegalerie, ma ci sarà sfficiente il venerdì col Bode: Nefertiti e il Rinascimento al prossimo giro. Il rosario di prove che ci distanziano dal Bode è presto in scena: sulla U5 che ci porta ad Alexander Platz arriva il servizio dei controllori. Se vi immaginate i nostri state pisciando fuori dal vaso. Questi di Berlino sembrano più agenti della CIA in uniforme. T’arrivano 2 ragazzoni con 36 cm di diametro di bicipite che pare come hobby abbiano quello di staccare a morsi le teste alle lucertole e con le code farci braccialetti. Sono equipaggiati di varie armi e guanti di pelle nera. Sembrano amici dello strabico del Ring. Sono alti non meno di 1m e 90 cm. Non ci giurerei perché qui l’immaginazione potrebbe aver avuto la meglio, ma se non erro avevano anche un doberman con loro. Poi dice che in Germania il servizio dei trasporti funziona: prova a non pagare il biglietto con questi articoli alle calcagna. In Italia si fa presto, viaggiano tutti gratis e poi ci si lamenta della scarsità di corse…

Ma il rosario continua. Giunte all’isola dei musei dobbiamo aspettare in coda sotto la pioggia battente, tutto per vedere quella sgualdrina di Cecilia Gallerani, nota anche come La dama con l’ermellino, ritratta da Leonardo un botto di secoli fa. E’ qui in esposizione temporanea, come fu più di 10 anni fa a Firenze. Allora dovetti rinunciarvi, non si riusciva a prenotare, adesso non può sfuggirmi! In realtà il Bode ci interessa per questo, più che per l’arte medioevale e bizantina.

Inganniamo l’attesa fotografando le numerose ragnatele annidate sui parapetti del canale. A un certo punto però la macchina di Isil si blocca su un menu non chiamato volontariamente dalla fotografa, ma sfiorato involontariamente, accidenti ai touch screen! Non si schioda, non c’è verso. Ci sentiamo invase dalla tecnologia. In quel caso non ci interessa che la macchina faccia i colpi di sole, bastavano le foto, e invece no. Che te ne fai di tutte quelle funzioni se l’unica cosa che t’interessa risulta indisponibile. Qui per maneggiare un qualsiasi aggeggio bisogna essere tuttologi.

Alla fine ce la facciamo a entrare. Si bevono la mia carta dello studente, col ricavato guadagno il pranzo. Ma le code non sono finite. Coda al bagno e al guardaroba. Quest’ultima l’avremmo sfangata non fosse che il mastin-portiere ha reputato la mia borsa troppo grande. E meno male non ha visto la valigia!

La coda c’è anche per vedere Cecilia, ma è cronometrata. All’entrata c’è un display che indica l’ora di entrata approssimativa relativamente al numero di serie del biglietto di entrata; si va a tranches di 30 persone. Per fortuna c’è un servizio di sms che ti avvisa quando mancano 10’ al tuo ingresso. Inviamo subito il messaggio. In base al numero del biglietto stimiamo che abbiamo ancora un lasso di tempo da poter dedicare a un caffè. Spendiamo 5 ore per qualcosa che in 2 o 3 poteva essere fatto. Peccato che il servizio telefonico faccia cilecca e alla fine arriviamo in ritardo. Per fortuna dentro si può stare quanto ci pare. Insieme a Cecilia ci sono un sacco di altri personaggi, su cui Isil avrebbe fiumi di parole. La dama è lì col suo ermellino e una guardia tutta per se, che ci tiene a distanza. La dobbiamo vedere così, distanti e ammassati.

Si esce. Aria. Certe esperienze ti sformano.

Girellando ci imbattiamo per caso in Tacheles, un centro sociale di dimenioni titaniche a nord di Alexander Platz. E’ disposto in un edificio a 4 o 5 piani, tutto graffittato. C’è un puzzo di piscio che ti porta via. Molti artisti, o aspiranti tali, propongono le loro creazioni; vinili messi a mò di borsetta o di quadri, tavole, gioielli, abbigliamento, di tutto un po’. Saliamo i vari piani. Nell’attico troviamo un’installazione curata da una fighetta sciacquina che parla un inglese di merda con un guappo berlinese dai bicipiti ben in vista e i texani sul tavolo. Da quel turpiloquio in maccheron-anglo-scolastico apprendiamo che la pischella era a Milano senza sapere cosa fare e allora un’amica che conosceva l’arista di cui stava curando la mostra aveva sentito se aveva bisogno di una persona. Aveva bisogno, ed eccola là a Berlino. Mi chiedevo se gliel’avrebbe data o no al gatto con gli stivali. Faceva tanto Ecce Bombo… “Faccio cose, vedo gente”. E invece Isil si chiedeva cosa ci facesse lì quell’incompetente smandrappata: se sapeva l’inglese a quella maniera figuriamoci il tedesco, o l’arte o quello che stava curando. Per seguire, curare, allestire un’esposizione non è che ti puoi proprio inventare le cose lì x lì, ti svegli la mattina e “puf!” diventi curatrice d’arte. E invece il mondo va così: conosci le persone giuste al momento giusto ed è fatta. Quale merito? Te che ti sei fatta un culo della madonna – per carità anche per piacere – all’università uscendo col massimo dei voti e parlando perfettamente almeno 3 lingue, te no, stai a fare la gavetta nei peggio musei perché non conosci nessuno e allora sei una merda. Forse un po’ di gioco lo fa anche il perfezionismo che non ti fa vendere come si converrebbe: ti guardi bene dal dichiarare qualche conoscenza, per amore della stessa, se non ne sei sicura al 200%; magari invece questa moretta ha sparato un TOEFEL al 90% ed è andata con dio.

Dopo questa esperienza e queste considerazioni lo stomaco rivendica il suo statuto esistenziale. Era il solenne momento di un croissant salato col prosciutto. Facciamo un paio di giri avanti e indietro tra Alexander Paltz e Potsdamer Platz, alla ricerca del nostro chiosco di fiducia. Facciamo capolino dal sottosuolo a Potsdamer Platz e Isil apprezza quanto si sia trasformata dal 1994, data della sua prima gita a Berlino. Dove ora sorgono il Sony Center e il museo del cinema lei ci era passata col bus, incredibile.

Né presto né tardi, si torna in Alexander Platz, alla Galelria Kaufhoff, sulle tracce dell’ukraino Bulgakov per Valetudo. Niente manco qui, ma per lo meno abbiamo la fodera.

All’ostello decido di curiosare un po’ sulla casella di posta elettronica e su Face Book, pensando di risolverla in 2 minuti. Povera scema! Mi ce ne voglion 20, dato che le volpi di FB mi hanno messo dei paletti assurdi, visto che accedo da una postazione non usuale al mio profilo. Roba da pazzi. Bel coraggio loro che se pubblichi una foto non è più tua, e mi vengono a parlare di sicurezza…

Ci scaldiamo con una economicissima e vicinissima zuppa e sushi da Papa no. E alle 11.00 siamo già a nanna. Non è da tutti passare così il venerdì sera a Berlino.

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Während: Giovedì 8 settembre 2011

E fu Pergamon. Quando si ha poco tempo e si è costretti a scegliere un museo solo, sicuramente a Berlino tocca al Pergamon, parola di Isil, che –lasciate fare- di musei è una vera intenditrice. Si tratta di un trionfo di arte e architettura proveniente dagli scavi condotti dagli archeologi tedeschi agli inizi del XX secolo. Fa parte del complesso del Museum Insel: sulla Sprea si trova un isolottino, su cui –x altro- nel XII sec. sorse il primo insediamento di Berlino. L’isola racchiude un complesso composto da 5 musei (Alte Nationalgalerie, Altes Museum, Neus Museum, Pergamon Museum e Bode Museum), dichiarata sito patrimonio dell’umanità dal’UNESCO nel 1999. E’ frutto della moda che si diffuse tra le famiglie reali europee alla fine del XVIII secolo di aprire al pubblico le collezioni private; basti pensare al Louvre di Parigi, al British Museum di Londra o al Prado di Madrid. Ti pareva che a Berlino Federico Guglielmo III e i suoi successori volessero essere da meno? Si tratta di collezioni che permettono una delle esperienze museali più esaltanti al modo. Tutti e 5 insieme sono letali, sindrome di Stendhal in agguato, occhio.

Il Pergamon è un complesso gigantesco ultimato solo nel 1930, anche se transenne e lavori lo circondano sempre, nella verve prolifica che caratterizza la città; è una roba titanica. Sotto lo stesso tetto accoglie tre importanti collezioni: Antichità Classiche, Antichità del Medio Oriente e Arte Islamica. Musei nel museo, che megalomania ‘sti crucchi!

Il reperto principale, da cui prende il nome il museo è la ricostruzione dell’Altare di Pergamo (165 a. C.) proveniente dall’Asia Minore, per la precisione dall’odierna città turca di Bergama. Si tratta di un gigantesco santuario intitolato a Zeus, con una scalinata che conduce a un colonnato a ferro di cavallo: lungo tutto lo zoccolo sono scolpiti fregi incredibilmente vividi, raffiguranti episodi della gigantomachia, la lotta degli dei contro i giganti. Entriamo. Cuore in gola, ciccia di gallina; è colossale, immenso, mitologico. Un plastico ne mostra la ricostruzione e i rapporti col resto della città. Saliamo i gradini dell’altare, cerchiamo di immaginarci il panorama che fu. Ma ci sono orde di scolaresche interessate ad essere ovunque tranne che lì che ci richiamano pesantemente alla realtà.

Tornata a casa, Isil scoprirà che il grande cilindro all’entrata del Museo è un’installazione che offre, da ottobre 2011 a ottobre 2012, un’esperienza visuale della città. Abbiamo sbagliato mira di un mese, per tutti i Tridenti di Poseidone!

Dopo l’Altare di Pergamo si accede a una sala in cui si eleva la Porta del Mercato di Mileto.

Risale al II secolo d.C., un capolavoro di Architettura Romana. La porta ci permette di varcare il confine con la collezione del Museo di antichità del Medio Oriente. E Babilonia, sbalziamo di 6-7 secoli indietro e come per incanto ci troviamo di fronte alla Porta di Ishtar, un gioiello cobalto che svettava nel deserto… Non ci è difficile immaginare cosa significhi “miraggio” di fronte a tanto splendore. I tedeschi hanno depredato e ricostruito anche la Via della Processione che dalla porta conduceva alla Sala del Trono. I plastici mostrano che la città era fortificata da 3 livelli di mura. Ci accompagnano leoni, dragoni e cavalli, tra le principali divinità ai tempi di Nabucodonosor.

Seguono gli impressionanti bassorilievi in argilla del Tempio di Uruk, che ricordano il sussidiario delle elementari, e più o meno come epoca siamo li.

Siamo sature, in sovraccarico cognitivo, ma non possiamo perderci il Museo di Arte Islamica, al piano superiore. Le miniature hanno colori vividi, e soprattutto c’è la Sala di Aleppo, proveniente dalla casa di un mercante del XVII sec., le cui pareti sono interamente rivestite da pannelli di legno copiosamente decorati.

La mente è sazia, ma la pancia no. Scegliamo di tornare dal re delle cotolette, il Welt Restaurant, dove ormai siamo di casa. Ciò offre anche il vantaggio di non farci sbattere a cercare nuovi posti sulle cartine. La nostra inoltre è una ricerca: vogliamo capire come fanno i Käse Spätzle qui.

Siamo su un altro pianeta. Dato che ci siamo proviamo anche il Kaiserschmarn (spero di averlo scritto correttamente). Siamo fermamente convinte che gli dei ci puniranno se non proviamo questo dolce in auge alla corte austriaca e accompagnato da una composta di prugne. Mai sia che ci attiriamo l’ira divina. Troviamo una mediazione con la nostra indole che ci avrebbe sicuramente tenute alla larga da quella diabolicamente squisita leccornia optando per una porzione piccola divisa a metà. Si tratta di una torta semplice appena cotta, semisciolta, cosparsa di zucchero a velo. Nn è descrivibile sulla carta, è un paradosso che una cosa così semplice sia altrettanto buona; al Welt la servono preparata espressa. Piove. Allora ci sta anche il caffè, un caffè vero, in tazzina dal bordo spesso, come pochi ne ho bevuti anche in Italia.

Alzarsi è una guerra punica, ma in qualche modo riusciamo a trascinarci alla Metro, verso Warschauer Str. Per andare a prendere il Ring, con un altro paio di collegamenti ferroviari. Con quella balla da cibo e birra i collegamenti sono aumentati, c’era da immaginarselo. Fino a Warschauer Str. Tutto bene. Da lì prendiamo l’S75, il treno, per raggiungere Ostkreuz. O almeno così credevamo. Ma il treno si mette in marcia nella direzione contraria. Che gli prende? Panico. Siamo sedute tra biciclette, cani e passeggini. Tutti educatissimi e muti, non vola una mosca. Per fortuna ci eravamo aggiudicate un posto a sedere. Subito rovistiamo nelle borse in cerca di una mappa dei trasporti. Isil, con la sua vista da falco, riuscirebbe anche a sbirciare in quelle appese due vetture più là, ma io assolutamente no. Cerco l’S75, Warschauer Str. E mi accorgo che, per la modica cifra di 13 fermate, riusciremo comunque a raggiungere in nostro Ring, sempre che si scenda a Westkreuz. Giochiamo con i punti cardinali. Sorpresa e contenta esclamo:

“Ma noi gli si va ni’culo!”

Isil scoppia a ridere, non riusciamo a trattenerci, ci sbellichiamo fino alle lacrime. Gli astanti, crucchissimi e impassibilissimi ci guardano, non so decifrare con quale espressione. Attraversiamo la città in sopraelevata. Alla fine è stato meglio così, la striamo attraversando orizzontalmente da est a ovest e poi le gireremo intorno. La Torre della Televisione di Alexander Platz domina incontrastata da ogni dove. Riusciamo a localizzare anche Muji, un giapponese luogo della perdizione che vedrà aprire i nostri portafogli più tardi. A dire il vero ci saremmo catapultate dal treno, non fosse stato per quel reggimento di grassi e proteine che mettevano a ferro e fuoco il nostro stomaco e che quindi ci faceva perdere fiducia nelle nostre possibilità ginniche. Piove e c’è il sole. Passandoci ci accorgiamo che Berlino Ovest è più anonima. Ha tratti rintracciabili anche in altre gradi città, mentre di Berlino Est ce n’è una. E alla fine raggiungiamo Westkreuz, e becchiamo il Ring per la nostra ora di culla su rotaie. Facciamo il giro in senso orario. Non ricordo a che fermata, sale un ciccione strabico e pelato e si piazza davanti a noi. Ha dei tatuaggi sbiaditi. Guardandoli meglio se ne rintracciano i tratti di simboli nazisti, come croci, aquile e quant’altro. Isil, con la sua somatica ariana è spavalda, io invece con la mia mediorientale spero solo di non doverci discutere. Fa bene lei, ha vinto la lotteria genetica e pensare che non s fa mai fare foto, quella grullerella! Se ne riparlerà quando a 70 anni si lamenterà di non avere foto di quando era giovane, e lo stesso vale per Valetudo. Mi fanno fare certe acrobazie per realizzare scatti di cui non si accorgano! E invece poi mi beccano sempre, perché ho la grazia di un ippopotamo.

Scendiamo illese al punto di partenza, abbiamo fatto un oroboro. La digestione è avanzata. Mentre andiamo verso la metro per raggiungere Muji, delle adorabili vecchiette ci chiedono informazioni. In tedesco. E insistono pure, pur rispondendogli noi in inglese. Ora, finchè si sbagliano con la bionda Isil passi, ma quando seguitano con me, evidentemente proveniente da zone equatoriali, cazzo, allora vuol dire che l’apparecchio acustico t’è proprio partito nonna! Chissà dove le abbiamo spedite!

E alla fine siamo arrivate da Muji. Il paese dei Balocchi per due cartolaie mancate come noi. Oh se anche Valetudo vedesse queste meraviglie! E’ una catena giapponese dove si trovano articoli di cancelleria, ma anche da viaggio e per la casa, disposti con strategia. Tra le tante cose acciuffo un paraocchi da viaggio, di quelli x dormire in luoghi dove c’è sempre luce, tipo in aereo. Hanno anche una tasca dove si può inserire del ghiaccio sintetico per un sommeil de beauté! Ma la cosa più bella sono le pochettes per i trucchi, e le penne. Sul catalogo ci sono esempi di ciò che non riuscirò mai a fare: ordinatissime valige, ottenute grazie all’utilizzo degli scomparti che qui vendono.

Torniamo squattrinate all’ostello. A letto senza cena. Di peccati di gola oggi ne abbiamo fatti abbastanza.

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Während: Mercoledì 7 settembre 2011

A Berlino un abitante su 7 è straniero ed è la città con una delle comunità gay più vivaci d’Europa; del resto anche il suo Borgomastro gay dichiarato Klaus Wowerheit (detto “Wowi”), confermato, è dal 2001 che amministra la capitale; in quale altro posto il candidato che, a poche settimane dalle elezioni, saluta con entusiasmo un raduno di amanti del sado-maso vestiti di cuoio e tessuti luccicanti vince? Si vede che molti seguono il motto di Federico il Grande “Jede nach seiner Façon” (vivi e lascia vivere), che regnò nella seconda metà del XVIII secolo.

Se penso a questa città le 2 parole che mi vengono in mente sono “Varietà” e “Tolleranza”. E’ stata segnata, ferita, ma mai sconfitta, nel suo drammatico passato. Forse l’aria che vi si respira è dovuta alla necessità di doversi continuamente adattare a nuove circostanze e sconvolgimenti.

Qui niente è normale.

3 milioni e mezzo di abitanti, più o meno. La religione sarebbe il protestantesimo, ma pochi sono i praticanti. 12 quartieri, di cui i centrali sono: Mitte, Prenzlauerberg, Friedrichshain, Kreuzberg, Tiergarten, Schöneberg, Charlottenburg. Ai tempi del muro si parlava di Ossi (tedeschi dell’Est) e Wessi (tedeschi dell’Ovest). E’ la città meno tedesca della Germania. E’ composta da un mélange di etnie provenienti da 185 nazioni, che vanno a costituire il 14% della popolazione totale. Il Senato cittadino ha un membro preposto alle questioni dell’integrazione. Tuttavia le diverse comunità tendono a non mescolarsi fra loro.

Berlino si estende per circa 890 Kmq (38 km da nord a sud, 45 km da est a ovest), è attraversata, oltre che dalla Sprea, anche dall’Havel, corso in genere ignoto ai turisti. Vi nuotano, tra gli altri, il pesce persico e la lasca, anche se va detto che l’area di Berlino è tra le più inquinate della Germania, sebbene sia attenta alle tematiche verdi. Ogni quartiere ha un parco. Nella cintura boscosa che circonda la città si possono avvistare conigli selvatici, volpi, martore e cinghiali; in incremento questi ultimi, si dice addirittura si siano spinti – complici inverni miti e abbondanza di cibo nei cassonetti e ghiande - fino alla periferia. Il Berliner Morgenpost sostiene che i cinghiali stazionino sugli scalini di una scuola in attesa della ricreazione e delle merende dei marmocchi. Poi le bestiole hanno iniziato a distruggere i gerani amorevolmente curati dai cittadini. Così anche i più sensibili alle tendenze ambientaliste hanno invocato la loro eliminazione. Il Senato della città per tutta risposta ha pubblicato un opuscolo sui cinghiali, con informazioni sulle loro abitudini ed inviti ad essere tolleranti con loro. Al di fuori delle aree abitate ne è permessa la caccia, ecco come finiscono almeno 1000 di loro all’anno.

Ma Berlino non è tutta verde, anzi, dopo la Wende (riunificazione) ha vissuto momenti di fervore costruttivo, e gli affitti sembrano molto più abbordabili di quelli italiani, a prescindere oltretutto dal fatto che gli stipendi sono più alti. Inoltre molti punk e squatter, soprattutto a Friedrichshain e Kreuzberg occupano abusivamente diversi edifici, anche se ci si chiede quanto potrà durare.

Nel 1891 Mark Twain definì Berlino “la città più nuova che io abbia mai visto” e JFK in visita dichiarò “Ich bin ein Berliner”, pensare che c’era la Guerra Fredda in corso…

Passatemi la divagazione storica che sto per fare, ma mi pare imprescindibile: non si può altrimenti nemmeno vagamente immaginare cosa sia l’atmosfera che ci si respira, fermo restando che per averne l’idea bisogna andarci. La prendo larga quindi faccio un paragrafo, se volete saltarlo sarà facile individuarne la fine.

Geschichte

Bignami della storia di Berlino. Se devi fare la maturità leggi qui!

I primi insediamenti agricoli risalgono al 3000 a.C.. Nel corso del XIII sec. Alcuni mercanti fondarono le stazioni commerciali di Berlino e Cölln, nei pressi dell’attuale Nikolaiviertel (vicino Alexanderplatz). Si trovavano in posizioni strategiche tra Köpenick e Spandau, allora città fortificate, oggi fermate-capolinea della metro. Nel 1307, sotto l’appoggio del principe locale, vennero unificate. Berlino si ampliava, mantenendosi indipendente. Più di un secolo dopo Federico di Hoenzollern diventa Elettore del Brandeburgo, avviando un dominio che durerà 500 anni. Inizia la riforma luterana, cattolici e protestanti si affronteranno nella Guerra dei 30 anni(1618-1648); Berlino si mantenne inizialmente neutrale e fu così saccheggiata. Sul finire del XVII sec., con l’arrivo dei profughi ugonotti dalla Francia, la popolazione berlinese crebbe e fiorì culturalmente, fino a diventare centro dell’Illuminismo tedesco. Vennero edificate l’Accademia delle Arti e delle Scienze e, con Der Alte Fritz (il vecchio Fritz, cioè Federico il Grande), Berlino cresce architettonicamente. Nel 1806 Napoleone sfila sotto la porta di Brandeburgo e dominerà la città per 3 anni. E’ a questo periodo che risale la nascita della Humboldt Universität, che vanta tra i suoi luminari Hegel, e l’architettura schinkeliana.

I moti rivoluzionari sconvolgono tutta Europa. Nel 1862 Otto Eduard Leopold von Bismark è cancelliere di Prussia, il “Cancelliere di ferro”, che unificò la Germania con Berlino come capitale. Fu lui a chiamare la nazione “Deutsch Reich”, e fu questo il nome che le rimase fino al 1945.

Nel 1888 sale al trono Guglielmo II, sarà l’ultimo sovrano tedesco; abdicherà il 9 novembre 1918 alla fine della disastrosa I guerra mondiale. La Germania ne uscì bastonata anche dalla Società delle Nazioni. E fu crisi: per comprare un kg di pane ci voleva una carriola di soldi. La guida del paese passò al partito più forte, l’SPD Partito socialdemocratico - Sozialdemokratische Partei Deutschlands - con a capo Friedrich Ebert. Poche ore dopo l’abdicazione del Kaiser i vertici dell’SPD si affacciarono alle finestre de Reichstag per annunciare la nascita della Repubblica Tedesca. Poche ore dopo, dal palazzo reale di Undert den Linden si affacciarono gli spartachisti x proclamare la nascita della Repubblica Socialista. La lotta per il potere fu ardita. L’SPD si prefiggeva una democrazia parlamentare, mentre la Lega di Spartaco con a capo Rosa Luxembourg, voleva un governo marxista. Si formò il Partito Comunista Tedesco, ci furono scontri in strada che culminarono nella Rivolta Spartachista del gennaio 1919. La Luxembourg fu arrestata e uccisa, il suo corpo gettato in un canale della Sprea. Nasce la Repubblica di Weimar, città dove l’Assemblea Costituente aveva riparato durante i disordini cittadini. E’ qui che si riconosce il diritto di voto alle donne, il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, ma anche il diritto del Cancelliere a governare x decreto nei periodi di crisi, clausola che si rivelerà tragicamente cruciale nell’ascesa al potere di Hitler. Al potere c’era Ebert con l’SPD, ma le due fazioni, monarchici e comunisti, non erano soddisfatte. Il malcontento si manifestò nel marzo del ’20, quando un gruppo di militanti di destra occupò la sede del governo a Berlino. Il governo trovò temporaneamente rifugio a Dresda, ma Berlino reagì con un imponente sciopero generale che fece fallire il golpe.

E fu la volta degli innovativi dorati anni ’20, bastano pochi nomi: Gropius e il Bauhaus, George Grosz, Bertold Brecht, Christopher Isherwood. Nel 1923 la prima trasmissione radiofonica tedesca pervase l’etere e 8 anni dopo fu Berlino a diffondere l’anteprima mondiale della televisione. Ma nel 1924 Hitler aveva pubblicato il “Mein Kampf” e alla fine del decennio ci fu la recessione, con il venerdì nero del 25 ottobre 1929, in cui la Borsa di New York colò a picco trascinandosi dietro quelle di tutto il mondo. In poche settimane ½ milione di berlinesi si trovò senza lavoro, si scese in piazza. Si andava formando il partito nazionalsocialista di lavoratori tedeschi o partito nazista (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), i cui membri si scontravano sempre più contro i comunisti. Erano guidati da un pittore mancato, un austriaco di nome Adolf Hitler.

Il malcontento dilagava, i consensi aumentavano. La gente, è noto anche oggi, quando si sente spersa ha bisogno che qualcuno la abbindoli con delle frottole, la storia si ripete e l’uomo è così stupido da non imparare mai la lezione. Si avvera la profezia di Friedrich Nietzsche.

Il 30 gennaio 1933 Hitler fu nominato cancelliere tedesco. Un mese dopo il Reichkanzler accusò i comunisti del misterioso incendio scoppiato al Reichstag. In nome della sicurezza nazionale si fa conferire i pieni poteri e così il 24 marzo 1933 ha inizio ufficialmente la dittatura nazista.

Fuga ed esilio di molti artisti ed intellettuali. Le attività commerciali gestite da ebrei vennero boicottate. Nel 1934 muore il Presidente della Repubblica, così Hitler si arroga anche questo titolo, diventando Führer, guida. Nel ’35 le Leggi di Norimberga revocarono la cittadinanza tedesca agli ebrei e proibirono il matrimonio tra ebrei e ariani.

Ogni tentativo di rivolta covato anche in seno al suo stesso partito veniva soffocato nel sangue dal dittatore che pretendeva obbedienza e fedeltà assoluta, con l’oscuro zelo della sua guardia personale, la Schutsstaffeln (SS). Nel 1936, in occasione delle Olimpiadi, il nazismo propose una strabiliante vetrina di sé, conquistando la Germania il maggior numero di medaglie (42).

9 novembre 1938, Notte dei Cristalli. Tutte le attività commerciali degli ebrei vengono distrutte e poi rivendute forzatamente a proprietari non ebrei. Fuga in massa degli ebrei da Berlino. Restano in 60000, pochi di essi vedranno la fine della guerra.

Dato che non sapeva cosa più cosa inventarsi e non gli bastava torturare, violentare, massacrare il popolo tedesco il 1° settembre 1939 l’ometto coi baffetti invade la Polonia. Credeva di giocare a risiko. Inizia la II guerra mondiale, tanto mica c’era lui al fronte, come quell’altro suo compare, come diceva? Ah, si “Armiamoci e partite!”. I berlinesi però non salutarono con nazista gioia l’iniziativa, ricordandosi della fame patita durante il primo conflitto mondiale. Ma non ci fu nulla da fare, e guerra fu.

Se già in tempo di “pace” per gli ebrei suonava a picche, figuriamoci con la guerra. Il dittatore a cui piacevano bionde e biondi dagli occhi azzurri, non contento di aver sconfitto Belgio, Francia, Olanda e di aver fruzzicato dalle parti della Russia, nel ’42 dal lago Wannsee proclama la Endlösung, la soluzione finale, che prevedeva l’annientamento sistematico di tutti gli ebrei d’Europa. E dato che c’era mica si poteva lasciar scappare l’occasione, ci mise dentro anche zingari, omosessuali, preti, dissidenti e oppositori al regime. Anche il suo collega italiano fece uguale. Giusto a Berlino, in memoria di questo atroce periodo di storia e perché memoria non se ne perda, è stato eretto il toccante Holocaust Mahnmal, che visitai con Valetudo, ma che questa volta mi son risparmiata.

Non posso non dilungarmi su questa complessa epoca, perché tanto ha significato x Berlino.

In pochi hanno tentato di ribellarsi. Uno di questi fu Claus Grafschenk von Stauffenberg, Ufficiale dell’Esercito di grado elevato. Come tale, aveva l’accesso a uno dei suoi quartier generali, la Wolfsschanze, nel caso presente. Il 20 luglio 1944 piazzò personalmente una valigetta piena di esplosivo sotto il tavolo delle riunioni, vicino al posto di Hitler. La bomba scoppiò, ma quel tavolo di quercia era troppo solido e il Führer se la cavò solo con qualche graffio. Stauffenberg & company furono fucilati la sera stessa al Bendlerblock di Berlino, vicino al Tiergarten, in una via che ora è intitolata a Stauffenberg stesso. Anche molti altri uomini, estranei al fatto, furono uccisi nella prigione di Plötzensee (Wedding). Entrambi i luoghi sono oggi luoghi della memoria. La galera incarcerava chi si opponeva al regime. Le famiglie dovevano pagare l’esecuzione e, nell’efferata logica della dittatura, i boia ricevevano una ricompensa per ogni persona che assassinavano.

Da giugno (6) ormai, con lo sbarco in Normandia, soldati americani e inglesi si riversarono in tutta Europa, raid aerei martellavano Berlino.

Durante gli ultimi giorni della guerra Hitler, ormai in preda alla paranoia, ordinò la distruzione di tutte le industrie tedesche ancora esistenti, disposizione che fu quasi del tutto ignorata.

Nell’aprile del ’45, da est arrivarono i russi e circondarono Berlino. Penetrarono e raggiunsero il centro, fino alla cancelleria, dove Hitler si era rifugiato, o meglio nel bunker, con l’amante Eva Braun, che aveva appena sposato. Uccise la donna – consenziente - e poi si suicidò. L’armata rossa dette fuoco al Reichstag.

Esistono delle immagini di Berlino a guerra finita. Sembra impossibile che dalle macerie sia risorta una città con la C maiuscola, considerati tutti gli anni in cui la città con i suoi cittadini avevano dovuto patire ogni sorta di barbarie e sopruso. Nel 1939 la popolazione ammontava a 4 milioni e 300000 abitanti, a fine guerra era dimezzata e i 2/3 erano donne. Furono loro inizialmente a sgomberare le macerie accumulandole in vere e proprie montagne che ancor’oggi caratterizzano l’aspetto della città.

Ma per Berlino la guerra non era finita. Con la conferenza di Yalta la Germania fu divisa in 4 zone di occupazione tra Inghilterra, Stati Uniti, Francia e Unione Sovietica, nello specifico Berlino fu così ripartita:

Inglesi – Charlottenburg, Tiergarten, Spandau

Americani – Wilmersdorf, Tempelhof, Kreuzberg e Neukölln

Francesi – Wedding e Reinikendorf

Sovietici – Mitte, Prenzlauerberg, Friedrichshain, Treptow e Köpenick.

Non si riuscivano a raggiungere accordi ed anzi le divisioni si inasprivano. E la storia si ripete: tanto in città mica ci abitavano quelli che ai tavoli prendevano le decisioni. Dilaniati dal nazismo e dalla guerra, ma ancora non bastava.

La rottura tra le potenze occidentali e l’URSS fu definitiva nel 1948: i primi introdussero il Deutschmark nella loro zona senza aver prima consultato i russi, che emisero l’Ostmark. Usarono l’incidente per avviare il blocco stradale e ferroviario di Berlino Ovest, sperando di portare l’intera città sotto il proprio controllo. Con la guida di Lucius D. Clay, comandante americano a Berlino, gli “alleati” realizzarono un ponte aereo che impedì ai sovietici di annettersi alla parte ovest della città. Berlino era isolata; molti pensarono che sarebbe stata solo una questione di giorni prima che la città finisse sotto il dominio orientale. C’erano tutti gli ingredienti per un terzo conflitto mondiale. L’aviazione americana dette il via all’operazione Vittles, seguita da quella inglese con l’operazione Plane Fare. La Francia non partecipò, ma non certo x candidarsi al nobel x la pace: la sua aviazione era impegnata a fare stragi in Indocina.

Gli aerei trasportavano carbone, cibo, macchinari. Sfrecciavano negli aeroporti di Berlino al ritmo di 1 al minuto. 79 persone ci rimisero le penne e x 11 mesi Berlino venne rifornita così. Lo sdegno dell’opinione pubblica fece tornare sui propri passi i sovietici e Berlino fu di nuovo accessibile via terra. A partire da quel momento pare che i berlinesi considerassero americani e inglesi forze protettrici piuttosto che occupanti.

Nel 1949 le due Germanie esistono formalmente, come divise in:

. Ovest BRD Bundes Republik Deutschland, Repubblica Federale Tedesca, con capitale a Bonn e canceliere Konrad Adenauer

. Est DDR Deutsche Democratische Republik, Repubblica Democratica Tedesca, con capitale Berlino Est e presidente Wilhelm Pieck.

Nella Germania dell’Est, per contrastare l’opposizione fu creata la STASI, nel 1950, con quartier generale a Lichtenberg, era il Ministerium für Staatssicherheit, ministero per la sicurezza di stato; i nemici del regime venivano arrestati e rinchiusi nelle carceri segretissime. Nel 1951 per gli abitanti di Berlino Ovest fu necessario richiedere un permesso anche solo per andare a trovare i parenti a Lipsia o Magdeburgo. Nel 1953, morto Stalin, si sperava in qualche cambiamento, invece il clima si inasprì perché con la crisi economica vennero innalzati gli obiettivi di produzione; iniziarono scioperi e rivendicazioni, fino alla rivolta aperta nei centri urbani. Il 17 giugno 1953 gli operai che lavoravano sulla Karl-Marx-Allee si rivoltarono, e ciò si estese fino al 10% degli operai di tutto il paese. L’insurrezione fu sedata con i carri armati, nonché morte e arresto di molte persone; furono delle vere e proprie esecuzioni. Ma mi sbaglio o proprio Marx, con Engels, nel manifesto di poco più di un secolo prima aveva detto “Operai di tutto il mondo, unitevi!” E i russi non si professavano forse seguaci delle loro teorie? Che ci sono i carrarmati nel Capitale? E la STASI, che c’era anche quella? Via, bisogna che vada a rileggerlo, perché non me lo ricordo, è passato tanto tempo… Come i Cristiani con le Crociate. Che c’è scritto nella bibbia d’imbrattare un lenzuolo con una croce rossa e andare in Tessasanta? E che lo disse Gesù di bruciare le streghe? Quando annusano il potere parecchi diventano aguzzini.

Tornando a Berlino, iniziò un vero e proprio esodo verso ovest. Per contrastare la fuga i russi costruirono il muro. Dice che Stalin comparve a Walter Ulbricht (presidente della DDR in quel tempo) in una seduta spiritica e ne ordinò la costruzione. Il primo mattone fu poggiato il 13 agosto 1961, bisognerà aspettare il 9 novembre 1989 perché il primo venga divelto. In questo lasso di tempo circa 2000 persone morirono cercando di superarlo. I rapporti est/ovest si deteriorarono Una svolta si ebbe una decina di anni dopo, quando vennero firmati accordi con cui si regolarizzavano le visite al di là del muro. Intanto la rivolta studentesca chiedeva la riforma dell’antiquato sistema universitario e lo stop alla guerra in Vietnam. Ci furono scontri violenti: nel 1967 a polizia sparò e uccise Benno Ohnesorg durante una manifestazione contro lo Scià di Persia al canto di “SA-SS-Scià!”, mentre nel 1968 Rudi Dutschke, carismatico leader del movimento studentesco, fu ferito da una pallottola sparatagli in testa su Kurfürstendamm da Joseph Bachmann al grido di “Sporco comunista!”. Gli studenti accusarono la casa editrice del magnate Axel Springer – simpatizzante di destra che deteneva il monopolio dell’informazione di Berlino Ovest – di avere istigato l’attentato attraverso la pubblicazione dello slogan “Stop Deutschke now”. Verso il 1970 il movimento si era indebolito, ma aveva scosso profondamente il paese ottenendo anche la riforma dell’obsoleto sistema universitario e la nascita del partito di Verdi, di cui Deutschke fu uno dei fondatori. Ma alcuni degli studenti non si accontentarono dei risultati ottenuti e si misero in clandestinità. Berlino divenne il cuore della RAF (Rote Armee Faktion), nota anche come Banda Baader-Meinhof, dal nome dei terroristi che ne erano a capo. Nel corso degli anni ’70 uccisero e sequestrarono importanti personaggi del mondo politico tedesco. Nel 1976 morirono in prigione, la versione ufficiale parlò di suicidio, ma da tali versioni già da tempo il premio nobel per la letteratura del 1972 Heinrich Böll aveva messo in guardia; il 23 dicembre 1971 il Bild-Zeitung titolava: “La banda Baader-Meinhof continua ad uccidere. Rapina in banca. Poliziotto ucciso.” per Böll rappresentò una vera e propria condanna da parte di una giustizia sommaria, che ledeva la libertà d’informazione e incitava al linciaggio. Lo scrittore ravvisò nella manipolazione delle informazioni una sottile, quotidiana distorsione della realtà attraverso la demonizzazione di tutti coloro che sono contro il potere vigente, giustificando e alimentando l’odio verso di essi. Una forma di violenza strutturale, coercitiva nei confronti della libertà tanto quanto quella materiale, fisica. E forse anche peggiore.

O meglio, a giudicare dalla vicenda Dutschke, questa violenza strutturale (ossia veicolata attraverso una forma di consumo di diffusione quotidiana alla portata di tutti, che fa parte integrante della nostra vita dunque) oltre a colpire da sola, infilandosi tra le maglie dell’esplicitazione, può spingere all’azione effettiva, mutando e concretizzandosi in una violenza fisica e penale.

Lungo gli anni ’80 si arriva alla Wende, la svolta, che iniziò nel 1989. L’Ungheria aprì i suoi confini con l’Austria, così ci fu una corsa dei tedeschi dell’Est verso Ovest. Un fiume umano prese d’assalto consolati e ambasciate della Germania dell’Ovest a Berlino Est, Varsavia, Praga e Budapest. Il 4 novembre 1989 vi fu una copiosa manifestazione ad Alexanderplatz, in cui 500000 persone espressero la loro voglia di cambiamento. Il 9 novembre, in una conferenza stampa, il portavoce della DDR annunciò l’apertura dei confini tra Est e Ovest; interpellato da un cronista circa il momento dell’effettiva entrata in vigore del provvedimento balbettò:

“…Da subito.”

Decine di migliaia di persone attraversarono i posti di confine sotto gli sguardi perlessi dei soldati inermi. Ossi e Wessi si salutarono fra lacrime e champagne; assordanti concerti di clacson, lunghe file di Trabant che attraversavano il muro caduto e nell’aria, si dice, risuonavano le note di “Looking for freedom” di David Hasselhoff. Il Problema era scegliere la data ufficiale della riunificazione. Alla fine si è deciso per il 3 ottobre 1990, data della riunificazione amministrativa; il 9 novembre fu scartato perché coincideva sia con il fallito Putsch di Monaco messo in atto a Hitler nel 1923 che con la notte dei cristalli del 1938. Scegliendo il 9 novembre stesso si aveva il timore di poter fomentare adunate neo-naziste.

Dopo il crollo del muro i Pink Floyd suonarono l’album “The Wall” a Potsdamer Platz.

L’8 settembre 1994 l’ultimo contingente militare alleato di stanza a Berlino lasciò la città dopo una solenne cerimonia. Nel 1999 il Parlamento tornò da Bonn a Berlino. Sembra che Berlino abbia i suoi giorni peggiori alle spalle. Speriamo. Sembra impossibile, a sapere i suoi trascorsi, che sia così com’è. A parte i numerosi cantieri che la rivoluzionano in continuazione, è nella gente in primis che si respira questo rapporto col cambiamento: certe creste, certe scarpe, certe gonne le puoi vedere solo lì.

Mercoledì 7 Settembre 2011.

Sicuramente uno dei quartieri in cui la Wende è più visibile e repentina è Prenzlauerberg che giust’appunto mercoledì 7 settembre 2011 ci ha viste calpestare le sue strade. Era un quartiere operaio di Berlino Est. Nel giro di un solo decennio è stata completamente ristrutturata e ora le sue vie sono un susseguirsi di palazzi eleganti, negozi originali e accattivanti. Per raggiungerla da Friedrichshain prendiamo la U5 fino ad Alexader Platz, dove cambiamo con la 2 in direzione di Pankow per fermarsi alla 3° in Eberswalder Str.

Quando riemergiamo in strada siamo circondate da palazzi stuccati, prevalentemente i tonalità pastello. A rovinare l’atmosfera del quieto vicinato solo un vento gelido che spira cocciuto, presumibilmente, dalla Siberia. Abbiamo bisogno di ristoro. Ci avventuriamo nelle vie. In questa ronda scoviamo un parrucchiere amante della nouvelle vague, che ha battezzato il negozio “Belle de Jour” (e de nuit? Mi chiedo).

Poi eccolo, il nostro bersaglio, il Kafee Bar Ludmilla. Nell’aria New Orleans anni ’30, un buon aroma di vaniglia e grassi passerotti che aspettano il bocconcino. Il sole compare e scompare, è ancora indeciso oggi sul da farsi. Abbiamo fede e ci sistemiamo fuori. C’è anche una statua del Buddha, ma ce ne accorgiamo dopo. Poi arrivano il caffè e la torta di lamponi. Ci chiediamo perché uno non lo possa fare sempre di sedersi con gli amici a prendere un caffè e chiacchierare.

La mattina scorre così, con gli abitanti del quartiere che ci sfrecciano vicini in bicicletta, carichi di spesa e di fiori. A pranzo ci spostiamo nella vicina Kollovitz Platz, dedicata alla scultrice e grafica Käthe Schmidt Kollwitz; la sua opera, animata da un’acuta coscienza sociale e politica, è composta di lavori straordinariamente intensi. Era proprio qui, nel cuore di Prenzlauerberg che suo marito Karl Kollwitz aveva uno studio medico. Käthe, quotidianamente a contatto con povertà e sofferenza, conferiva alle sue sculture un tono molto toccante. Faceva parte della prestigiosa accademia d’arte, ma nel ’33 i nazisti la costrinsero a dimettersi, nonostante usassero la sua arte a scopo propagandistico. La piazza a lei dedicata è a forma di triangolo, e al centro ospita un giardino pubblico. E’ qui, al Kolberg 35 che cerchiamo di assaggiare i Käse Spätzle, piatto originariamente austriaco, ma assai diffuso anche quassù. Si tratta di pasta fatta colare direttamente nella pentola e servita con formaggio fuso tipo fontina. E’ dura lasciare quel calduccio. Il vento siberiano imperterrito continua il suo giro, ma anche noi. Tornando verso Alexander Platz c’è il Pfefferberg, un ex birrificio adibito a Biergarten, come ce ne sono molti nella zona. Il concetto di biergarten in questo caso non comprende solo birreria all’aperto e spazio per spettacoli, ma anche un ostello e una galleria d’arte contemporanea. Siamo fortunate; lo spazio espositivo contiene un’insallazione di Evelina Deicumana, artista lettone di Riga, che si è divertita a riprendere un mito della sua terra, quello del lago volante, cercando di riprodurre onde sospese, con tavole di legno parallele, attaccate al soffitto e mosse in oscillazione alternativamente. L’idea era resa bene, ma a parole viene ‘na schifezza.

Dopo questa sosta culturale occorre una pausa super frivola nel cuore della Berlino commerciale: Alexander Platz e i magazzini Alexa. Nella Berlino dove imperversava il socialismo ora sorge un complesso di centri commerciali, a pochi passi la statua di Marx ed Engels. Pare siano state le borse, con i loro indici di rialzi e riabbassi ad avere la meglio. La nostra meta non pare lontana, decidiamo di farcela a piedi ed è un pullulare di negozietti vintage con mercanzia davvero attraente. La rapina sarebbe da fare qui, altro che in banca!

E così scarpinando arriviamo ad Alexa. Ci fiondiamo alle toilettes, 30 cent. Per una pisciata, cavoli qui si vende proprio tutto. Irrinunciabile la gita nei 3 piani di libreria-cartoleria che tocca le nostre papille materialistiche. Usciamo stordite e davanti a noi si apre un negozio di abbigliamento gothic strabiliante. Peccato sia caro asserpentato.

Abbiamo fatto abbastanza per oggi. La parola d’ordine per la cena è SUSHI. Seguiamo la Boxhagener Str. Fino alla curva che fa verso destra e ci troviamo allo Yoko Sushi, locale avvistato nella scorribanda del lunedì mattina, quando avevamo apprezzato nel menu esposto che servivano sushi fritto. Non resistiamo, dobbiamo provare! Ci offrono anche un prosecco. Perfetto. Uscendo mi accorgo che la sponsorizzatissima macchina con cui evidentemente fanno consegne a domicilio ha i fari accesi. Li avverto. Mi rispondono di non preoccuparmi in quanto sempre in movimento. Mi facessi mai un ballino di cazzi miei!

Ich bin die fesche Lola: due bisbetiche indomate a Berlino. Während: 6 Settembre 2011

Guten Tag, Berlin!

C’è il sole. Non chiedevamo tanto. La Frühstück ci soddisfa assai e permette a Isil di mantenere la Maginot-Montignac, nuovi trucchi per restare in forma di cui è entusiasta. Purtroppo non riesce a contagiarmi: resto fedele alla dieta ipercalorica, prendo una mela e un succo d’arancia solo per salvare il minimo di parvenza salutista che balugina in me.

Non stiamo più nella pelle. Ci tuffiamo nelle strade del quartiere. Prendiamo la Boxhagener Str. E ci dirigiamo verso Lichtenberg. Poi ci ricordiamo che è il quartiere di quelle merde rincoglionite dei neonazi, viriamo verso Kreuzberg: in realtà la nostra meta era quella e non abbiamo assolutamente voglia di discutere.

E’ una giornata spettacolare. C’è il sole. Una brezza leggera. Fa quasi caldo. Attraversiamo la Sprea col bel panorama di Alexanderplatz e la sua Torre della Televisione (Fernsehturm), dell’Am Oberbaum, il ponte di mattoni rossi che collega Friedrichshain a Kreuzberg. L’Allianz, che qui ha la sede centrale, ha patrocinato l’installazione di una scultura in alluminio che raffigura tre uomini sull’acqua. E’ gigantesca eppure leggerissima. Isil, col suo occhio critico-artistico, osserva che quella zona, un tempo graziata solo dalla Sprea, è stata bonificata e arricchita da quell’opera d’arte contemporanea. Ci chiediamo se gli affitti siano invariati o meno in relazione ad essa.

Imbuchiamo i vicoli e scopriamo i canali di Krreuzberg. L’atmosfera è mite e rilassata. Cani e padroni, passeggini, ciclisti, libri, e sotto il fiume scorre placido. Cammina cammina lo stomaco inizia a brontolare. Non è difficile scovare un posto. Si vede che ai berlinesi piace vivere bene; ovunque ci sono locali ristoratori, e in ognuno vi sono molti avventori: alla gente piace godersi la vita e lo può fare evidentemente. Troviamo un locale improbabile, come tanti qui: si tratta di un caffè sgangherato, con gli interni da salotto vittoriano e calcinacci all’esterno. Piatti, posate e bicchieri son tutti spaiati. Hanno tutta l’aria di provenire da diversi sgomberi. Ci fanno compagnia anche grassi passerotti che importunano ruffiani il nostro pasto. A servirci una muchacha catalana, mi piacerebbe conoscere la sua storia e sapere come da Barcellona sia finita lassù a gestire quella bettola surreale. Ricordo che il locale si chiamava “Senti”, ma la Str. Proprio è fuori dalla mia portata.

Isil approfitta del plein air per spennellarsi le unghie col suo nuovo brillantissimo smalto rosso-vampiro, recente acquisto con cui ha celebrato l’arrivo in Alexanderplatz. Ovviamente non è soddisfatta del risultato, ma che bisbetica indomata sarebbe altrimenti?

Sollazzate dal cibo e dal caffè, che –seppur italiane- amiamo lungo, ci sentiamo orgogliose di essere nel cuore di Berlino. Ma per capire Kreuzberg bisogna rifarsi a Schinkel. Pochi sanno, dice la guida, che è a lui che si deve il nome del quartiere. Chi era Schinkel? Un architetto del XIX secolo, ma cacchio andatevelo a cercare su Wikipedia, ora voglio dirvi altro di lui. Poco dopo che i prussiani ebbero vinto Napoleone (1815) a Schinkel venne commissionata un monumento commemorativo x ricordare questo trionfo e che avrebbe dovuto essere eretto in cima a una collina (“Berg” in tedesco), chiamata Tempelhofer Berg che si trovava da queste parti. L’artista compose una pomposissima e altissima guglia in ghisa, decorata pesantemente con scene di battaglia e supportata da una base a forma di croce (Kreuz); e così collina prima e quartiere poi vennero ribattezzati Kreuzberg. Ora qui sorge il Viktoria Park. La collina è alta 66 m e a Capodanno, in coppa, pare Nappule.

Ci sentiamo molto a nostro agio in questo quartiere e manco a farlo apposta leggiamo nella guida: “Kreuzberg ha sempre avuto una personalità schizofrenica”. Ora si che torna tutto: siamo a casa!

La guida settorializza, in parte, Est e Ovest, col significato che avevano un tempo qui queste parole. Quella che fa leva maggiormente su di noi è sicuramente la parte orientale. Talvolta viene ancora menzionata col suo codice postale pre-svolta (pre-Wende, pre-caduta del muro), SO36. Fedeli, scambiatevi un segno di pace, giungete le mani, leggiamo insieme:

“Questa passata roccaforte anarchica, famosa per i violenti scontri con la polizia durante i cortei del 1° maggio [cazzo di Buddha perché è settembre???] è ancora un mosaico culturale , dominato però soprattutto dalla comunità di emigranti Turchi e di tedeschi di origine turca da cui deriva il soprannome di “Little Istanbul” La zona intorno a Kottbusser Tor (abbreviata in Kotti) è il cuore della comunità. La vicina Oranien Str. È la via della vita notturna”.

Applausi. Abbiamo già gli occhi a cuoricino. Ci dirigiamo, guidate più dal nostro infallibile sesto senso che dalle mappe, a Kotti, dove una piazza multicolore su cui si affacciano palazzi dall’architettura impossibile, offre il suolo a un concerto contro il razzismo.

Tra il pubblico moltissima famiglie con cani e bambini. Entriamo da Rossmann, l’emporio a prezzi stracciati che apre un ulteriore potere d’acquisto tedesco vs l’Italia. Spazzolini, dentifrici, cosmetici vari tutti a prezzi mignon.

Imbocchiamo la mitica Oranien Str. Ed è subito vintage, e poi è la volta del palato Himmelbier (il paradiso della birra o qualche diavoleria del genere) ci stupisce non con la birra, per quella c’è tempo, bensì con una grassissima torta al burro di noccioline.

Siamo come ubriache ma senza aver bevuto. La via è un susseguirsi di luoghi magici, irreali, come il Kjosk; doveva sorgere qui un palazzo, un tempo. Le mura di quello contiguo sono state decorate con estrosi murales di ratti giganti appesi a testa in giù. Tavolini all’aperto, un ping-pong, il bar è un autobus a due piani risalente più o meno agli anni ’70.

Certe cose sono possibili solo a Berlino. Qui ci stanno da dio, ma altrove sarebbero impossibili, come un cazzotto nello stomaco e che rende Berlino quello che è.

Anche i negozi di abbigliamento esibiscono idee originali… se solo avessimo vinto la lotteria! Non possiamo rinunciare però Isil a un paio di manicotti alla “più bella del reame” caldissimi, nerissimi, bellissimi, io a un vestitino color ottanio, che scopro essere “il mio colore”. Se non sapete quale sia chiedetelo a Isil, è lei che mi mette in testa queste cose!!!

E’ ora di cena. Stasera tocca alla braciola di maiale fritta, la Schnitzel. La mangiatoia è in zona. Dal Kjosk prendiamo la Manteuffeln Str. Che fa angolo con la Oranien Str., poi la seconda a destra (Musikauer Str.) e infine la prima a sinistra. Così si arriva in Pückler Str., un gioco da ragazzi. Accanto a un Markthalle (Mercato al coperto), si trova il Welt Restaurant. E’ un locale poco frequentato dai turisti, ma molto dai berlinesi. La dritta infatti ci era arrivata da amici di Isil che avevano abitato nella città. La sera è mite; ceniamo fuori. Lo chef offre porzioni grandi o piccole. Vediamo arrivare le porzioni grandi per i crucchi che ci stanno intorno; le guardiamo, ci guardiamo e optiamo per il formato Klein. Meno male. Brindiamo con Erdinger Weissbräu. La carne è favolosa, si scioglie in bocca.

Buona notte mondo.